VIAGGIO NEL BLU

🎶Penso che un sogno così non ritorni mai più/Mi dipingevo le mani e la faccia di blu/Poi d’improvviso venivo dal vento rapito/E incominciavo a volare nel cielo infinito🎶

…In un blu dipinto di blu, Domenico Modugno cantava con note allegre il suo volo visionario in un infinito poetico, sempre più blu. Chi non vorrebbe spiccare il volo e immergersi nella profondità del blu del cielo nelle giornate baciate dal sole? Se stiamo per qualche minuto con lo sguardo all’insù, un senso di immensità ci pervade e questo è anche merito del colore che noi percepiamo come blu. Di fatto i raggi solari sono bianchi, ma per una questione di lunghezze d’onda, il nostro occhio percepisce il più delle volte il cielo con le mille tonalità del blu e si perde in esso come nell’immensità del mare. Nelle culture antiche si ritrova il colore blu associato a diverse simbologie: presso gli Egizi ad esempio il blu era molto utilizzato nelle sepolture in quanto connesso all’idea di protezione dei morti nell’Aldilà. Anche il dio Amon, in particolare dopo essere tornato in auge in seguito al periodo “monoteistico” dominato dalla divinità di Aten, veniva spesso raffigurato con la pelle blu per sottolinearne la grande importanza legata all’aria, alla creazione e al lapislazzulo, la pietra più preziosa in assoluto. Il blu era molto utilizzato anche in Oriente, si veda la splendida Porta di Ishtar, ottava porta della città di Babilonia sotto il re Nabucodonosor II. Ma proprio perché difficile da ricavare, il blu non ebbe grande seguito nel mondo classico, in particolare a Roma, dove tale colore era associato ai barbari, atti a dipingersi il volto di blu in guerra, come scrive Cesare nel “De Bello Gallico” a proposito dei Britanni (parola che secondo alcuni significa appunto “uomini dipinti”). Per non incorrere in costi proibitivi, si poteva ricorrere a misture che dessero un effetto quanto più possibile vicino a quello del lapislazzulo, le cui miniere si trovavano solo in Afghanistan e di cui abbiamo una descrizione fatta niente meno che da Marco Polo che chiama il blu dei lapislazzuli “oltremare” per la sua provenienza esotica. La più antica miscela artificiale “sostitutiva” risale al III millennio a.C. e prende il nome di “fritta egizia”, un composto di carbonato di calcio, rame e silice scaldati a novecento gradi, poi raffreddati e sminuzzati. Utile e spendibile ma nulla a che vedere con il blu oltremare, definito da Cennino Cennini, pittore della fine del ‘300 e autore del Libro dell’arte, “un colore nobile, bello e perfettissimo”. Esso rappresentava, soprattutto in epoca rinascimentale, uno status sociale prima che un colore e pertanto non si badava a spese pur di ottenerlo e ostentare la propria ricchezza. Naturalmente il pigmento veniva utilizzato per i soggetti di maggior rilievo, come la veste della Madonna per simboleggiarne a livello figurato la nobiltà e le virtù, e creava una sorta di gerarchia cromatica all’interno dei dipinti. Non tardò molto che il blu divenne un vero e proprio stato d’animo. Gli impressionisti ne facevano un uso smisurato per avvolgere i loro quadri in un’atmosfera intrisa di ombre e sentimenti profondi. Picasso ebbe un vero e proprio “periodo blu”, in cui il potere emotivo di tale tonalità si sprigionava in un viaggio malinconico alla scoperta dell’abisso interiore. Il gruppo artistico novecentesco Der Blaue Reiter, cui fece parte anche Kandinsky, si focalizzò sulle tonalità del blu per esprimere l’eternità e la spiritualità. In qualunque epoca viaggiamo, in qualunque opera d’arte su cui posiamo lo sguardo, il blu non è solo un colore, il blu è un prodotto sociale, un simbolo religioso, un pozzo senza fine di sentimenti. Il blu è l’infinito.