Mito di Ganimede

Ganimede era un principe troiano, figlio del re Troo che diede il suo nome alla città di Troia. Era in assoluto il più bel ragazzo dei sui tempi, tanto da essere scelto per l’ambito e onorevole compito di coppiere di Zeus. Pare infatti che fu proprio il padre degli dèi, colpito dall’aspetto di Ganimede e desiderandolo anche come amante, a rapirlo; dopo aver assunto le sembianze di un’enorme aquila, andò sulla terra e afferrò il giovane mentre stava pascolando le greggi nelle pianure vicino Troia, portandolo sull’Olimpo.

Troo era disperato per la sorte di suo figlio e così il dio Ermes, su ordine di Zeus, si recò dal sovrano troiano e gli offrì in dono un tralcio di vite d’oro, magnifica opera di Efesto, e due splendidi cavalli. Questi doni sarebbero dovuti servire per ricompensarlo della perdita del figlio. Allo stesso tempo, Ermes assicurò a Troo che Ganimede era divenuto immortale, immune dalle miserie della vecchiaia, e che era felice della sua nuova vita, trascorrendo il tempo sull’Olimpo a mescere il nettare al signore dei cieli con la coppa d’oro.

Altri invece raccontano che Ganimede fu rapito dapprima da Eos, estasiata dalla bellezza del giovane, e che solo in seguito Zeus, per invidia, lo abbia sottratto alla dea dell’aurora.

Comunque siano andate le cose, tutti gli dèi erano ben lieti che Ganimede vivesse tra loro, tutti tranne Era. La moglie di Zeus infatti considerava quel rapimento come un insulto rivolto a lei stessa e a sua figlia Ebe, che fino a quel giorno era stata la coppiera degli dèi. Tuttavia, con questo atteggiamento ostile la dea riuscì soltanto ad irritare Zeus al punto che pose tra gli astri l’immagine di Ganimede, creando così la costellazione dell’Acquario.

Fonti: Omero (Iliade), Apollodoro, Virgilio (Eneide e Georgiche), Ovidio (Metamorfosi), scoli a Euripide (Oreste), Inno omerico ad Afrodite, Pausania, scoli ad Apollonio Rodio, Igino (Fabula).