MERAVIGLIE PERDUTE

“Ho posto gli occhi sulle grandi mura/ di Babilonia antica, su cui resta/ una strada per carri, e sulla statua/ di Zeus presso l’Alfeo, ed i giardini/ pensili, ed il Colosso del dio Sole,/ e il gran lavoro dell’alte piramidi/e di Mausolo la gran tomba; ma/ quando io vidi la casa d’Artemide/che sormonta le nubi, perser tutte/codeste meraviglie il lor splendore/e allora dissi: Invero, mai il Sole/vide una grandezza così ampia”.
Così Antipatro di Sidone, poeta greco antico, scrisse in uno dei suoi componimenti a proposito di quelle che secondo lui erano le opere d’arte più straordinarie del mondo allora conosciuto. Vi sarete già accorti che nella sua lista manca il Faro di Alessandria, che oggi figura nell’elenco ufficiale delle sette meraviglie del mondo antico. Probabilmente si tratta della maledizione del settimo elemento, ovvero, come spesso accade, quella di non riuscire a ricordarsi il settimo nano, per esempio, o il settimo re di Roma o ancora il settimo peccato capitale… le sette meraviglie antiche, così come descritte dai versi di Antipatro, promanano una tale maestosità, una tale grandezza che è impossibile rimanere indifferenti e privi del forte desiderio di ammirarle almeno una volta nella vita. Peccato che di esse poco o nulla rimane. Della straordinaria bellezza del Tempio di Artemide a Efeso e del Mausoleo di Alicarnasso sopravvivono solo alcuni resti. La piramide di Cheope invece è intatta nel suo splendore. Il rammarico più grande è non poter vedere nemmeno un piccolo frammento delle altre quattro meraviglie, ormai perdute. Di queste, i Giardini pensili di Babilonia rappresentano ancora un mistero, tanto che alcuni storici hanno persino negato la loro esistenza. Secondo altri, nell’antica città di Babilonia, che tanto ammaliò Alessandro Magno, il re Nabucodonosor II fece costruire nel 590 a.C. dei meravigliosi giardini terrazzati e alimentati da un complesso sistema idrico. Si dice che la regina Semiramide, non molto gradita a Dante (“A vizio di lussuria fu sì rotta che libito fè licito in sua legge, per torre il biasmo in che era condotta”. Inf. V, 55-57), si recasse nel giardino durante tutto l’anno per cogliere rose fresche. Molto lontano da questi incantati giardini, a Olimpia, nel cuore del Peloponneso, sorgeva un maestoso tempio, al cui interno era custodita una statua di Zeus dalle dimensioni colossali. Il dio, assiso in trono, venne scolpito in oro e avorio nel 423 a.C. dal grande maestro Fidia. “Era così imponente che, sebbene il tempio fosse molto grande, Zeus, seduto, sfiorava il soffitto con la testa, dando l’impressione che, se si fosse alzato in piedi, avrebbe sfondato il tetto”, scrisse Strabone nella sua Geografia quando si ritrovò dinanzi alla statua. Pare infatti fosse alta ben 12 metri, un vero colpo d’occhio dunque, una rappresentazione degna del temibile padre dell’Olimpo. Purtroppo la statua, che era uscita miracolosamente indenne dall’editto iconoclasta antipagano dell’imperatore Teodosio II (435 d.C.), andò distrutta in un incendio scoppiato a Costantinopoli, dove era entrata a far parte della collezione d’arte di un funzionario bizantino. Ad oggi rimangono solamente le matrici preparatorie in terracotta che ne hanno quanto meno consentito la ricostruzione virtuale. Se Zeus era stato onorato con una statua mastodontica crisoelefantina, il dio Elio aveva ricevuto un tributo ben maggiore. Gli abitanti di Rodi, dopo la vittoria contro Demetrio Poliorcete, figlio di un diadoco di Alessandro il Macedone, decisero di erigere nel porto una statua colossale, alta 32 metri, utilizzando niente meno che la macchina d’assedio abbandonata dal nemico. Per dare un’idea dell’enormità della statua, Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia” scrisse che pochi erano in grado di abbracciare il suo pollice. Un violento terremoto colpì l’isola nel 226 a.C. e l’imponente opera crollò. I pezzi vennero in seguito venduti dagli Arabi e se ne persero completamente le tracce. Di essa non rimane nulla. Si dice che sotto le sue gambe divaricate transitassero le navi e che la sua altezza era tale da fungere da faro. Un vero e proprio faro si trovava invece ad Alessandria, nell’Egitto tolemaico. Con le sembianze di un grattacielo moderno, si ergeva per 134 metri e secondo lo storico Flavio Giuseppe, era visibile a 48 km di distanza. Indiscusso gioiello dell’ingegneria ellenistica, venne distrutto da due terremoti. Quanta meraviglia perduta… ma quanti tesori ancora da scoprire, tutelare, valorizzare!