Lo specchio

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Questa celebre frase rievoca l’immaginario fiabesco di Biancaneve e della perfida matrigna invidiosa della sua bellezza e disposta a tutto pur di aggiudicarsi il primato di donna più bella del regno. Non è un caso se nelle fiabe gli specchi sono sempre associati alla figura delle streghe, malvage e diaboliche. Tale oggetto infatti porta con sé una grande moltitudine di significati e simbologie, legati molto spesso a poteri magici, come quello di vederci il passato e il futuro. L’arte divinatoria così come quella in grado di immaginare mondi altri all’interno della superficie riflettente (si pensi al racconto “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, di Lewis Carroll) fanno dello specchio un oggetto misterioso, surreale, illusorio, onirico e spesso intriso di sfumature demoniache. Su quest’ultimo aspetto basta ricordare la pratica utilizzata dagli esorcisti che prevedeva di far specchiare un posseduto per imprigionare il demone dietro la superficie, fatto che rievoca un’altra credenza popolare legata all’anima e al rischio che specchiandosi rimanesse intrappolata senza possibilità di raggiungere l’aldilà. Un esempio molto interessante che richiama questi aspetti è un dipinto di Hieronymus Bosch, “Il giardino delle delizie”, nel quale l’entità diabolica si mescola con un altro importante tema, quello della vanitas. Si scorge, tra le altre innumerevoli figure surreali, una donna seduta, quasi esanime, con un rospo sul petto e un demone dalle zampe di salamandra che la ghermisce. Di fronte a lei uno specchio posto sulle terga di un altro demone. L’atto di guardarsi allo specchio ha qui una valenza legata alla vanità e alla superbia, a peccati capitali dunque che rimandano al mondo infernale e all’universo della morale religiosa (nel 1497 a Firenze i seguaci di Girolamo Savonarola bruciarono gli specchi dei cittadini in un grande rogo, il “Falò delle vanità”). Questi peccati sono molto di frequente legati alla figura femminile, incarnazione per eccellenza della tentazione verso il maligno (prima dell’avvento del cristianesimo questo aspetto toccava anche gli uomini, come Narciso, il giovane della mitologia greca che morì annegato nello specchio d’acqua in cui aveva visto la sua immagine e se ne era perdutamente innamorato). Innumerevoli nella storia dell’arte sono le rappresentazioni di donne intente a rimirarsi nello specchio. Si pensi agli splendidi dipinti di “Venere allo specchio” di Tiziano (1555), Rubens (1615) e Velásquez (1650), solo per citarne alcuni. Oppure si veda la “Grande Prostituta” dell’Arazzo dell’Apocalisse di Angers, in cui una fanciulla, personificazione di Roma, ammira il suo volto nello specchio che appare però brutto e vecchio, segno della corruzione della sua anima. Ma segno anche dell’inesorabile trascorrere del tempo come si può cogliere in un quadro del pittore tedesco Hans Baldung, in cui si vede una donna con in mano uno specchio e accanto a lei la Morte che tiene sulla sua testa a mo’ di spada di Damocle una clessidra. Vanità e memento mori si intrecciano in un vortice di dualismo alla Dorian Grey in cui tutto, come nel geniale dipinto di Charles Allan Gilbert, è una macabra e distorta illusione.