L’Inferno dantesco

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Con queste celebri parole, fatte pronunciare dall’eroe omerico Odisseo nel canto XXVI dell’Inferno, Dante consacra il suo profondo pensiero di continua ricerca di conoscenza come virtù imprescindibile dell’essere umano. A 700 anni dalla sua morte, i suoi versi e i suoi scritti riecheggiano ancora nelle nostre menti e non smettono di rappresentare un pilastro fondamentale della nostra storia letteraria. Il 2021 sarà appunto l’anno di Dante: per celebrare il settecentenario verranno organizzati numerosi eventi, in particolare a Firenze, patria del sommo poeta, e l’Accademia della Crusca pubblicherà ogni giorno una parola o un’espressione dantesca corredata di commento. Considerato il padre della lingua italiana, Dante è divenuto celebre in tutto il mondo in particolare per la composizione della Comedìa (come originariamente titolava), un capolavoro senza tempo destinato a segnare in modo profondo la letteratura dei secoli a venire. Ma il Poeta non ha influenzato solamente il mondo letterario, bensì anche quello artistico, in particolare per quanto riguarda l’iconografia dell’aldilà. Se prendiamo come esempio la sua visione dell’Inferno, ci accorgiamo come sia divenuta paradigma assoluto in ogni campo culturale. Prima della Divina Commedia i viaggi più celebri nel mondo degli Inferi erano stati compiuti da Odisseo, Orfeo (che desiderava riportare in vita la sua Euridice), Enea (non a caso Dante sceglie Virgilio, autore dell’Eneide, come guida per le prime due cantiche) e infine San Paolo. L’oltretomba è sempre descritto come un luogo oscuro e terribile in cui il protagonista incontra le anime dei defunti. Un fil rouge che prosegue anche nel Medioevo, ad esempio in un’opera del Duecento, il cosiddetto Sermone di Pietro da Barsegapè, tramandato in un codice manoscritto miniato della Biblioteca Braidense di Milano. Anche il lombardo Bonvesin de la Riva nel XIII secolo aveva dato voce ad una sua visione dell’aldilà nel “Libro delle tre Scritture”, dove emergono le atroci pene inflitte ai peccatori. Il topos delle pene infernali è presente in un bellissimo mosaico pavimentale del duomo di Otranto, realizzato tra il 1163 e il 1165 dal presbitero Pantaleone. Sono ben visibili Satana, Lucifero e Infernus, nonché i dannati assaliti da serpenti, diavoli e mostri mitologici. Con Dante la visione dell’Inferno si cristallizza divenendo il modello ufficiale per pittori e artisti. La più celebre rappresentazione della voragine infernale è sicuramente quella realizzata da Botticelli su commissione medicea (1480-95). Un disegno su pergamena molto suggestivo e incredibilmente dettagliato, una mappa che segue passo passo i racconti del Poeta. Un altro dipinto dal sapore dantesco è l’Inferno di Hieronymus Bosch, facente parte delle “Quattro visioni dell’Aldilà” (1500-3). Inusuale rispetto al consueto stile del pittore olandese, sempre pregno di figure surreali e inquietanti, la tavola presenta una scena essenziale in cui però il sapiente utilizzo della luce crea un’atmosfera infuocata e allo stesso tempo tenebrosa, degna delle parole dantesche. Ultimo esempio è quello delle splendide incisioni di Gustave Doré che tra 1861 e 1868 le realizzò come accompagnamento visivo ai versi della Commedia. Si tratta di disegni dal gusto romantico che con un tratto dinamico e vorticoso ricalcano l’epica drammaticità del racconto. In una sola parola: meraviglia. Consiglio finale? Leggete Dante e lasciatevi meravigliare dall’arte figurativa della Comedìa.