Le Idi di Marzo

“Si decise di murare la Curia in cui fu ucciso, di chiamare parricidio le Idi di marzo e che mai in quel giorno il Senato tenesse seduta”.
Di chi sta parlando lo scrittore latino Svetonio? Naturalmente di Giulio Cesare, di cui proprio oggi ricorre il triste evento che segnò tragicamente la fine della sua esistenza.
Il 15 marzo del 44 a.C. il console e condottiero Cesare si recò in Senato come suo solito, nonostante fosse stato avvertito da numerosi presagi e sogni premonitori della nefanda sorte che lo avrebbe colto. Nella Curia, sotto la statua del suo nemico Gneo Pompeo, che aveva precedentemente sconfitto nella guerra civile scoppiata dopo il celebre “Alea iacta est”, Cesare fu colpito a morte da 23 pugnalate. Il suo omicidio è sicuramente il più celebre della storia e anche il più rappresentato a livello teatrale, cinematografico e artistico. Possiamo ricostruire la sequenza dell’assassinio grazie a tre quadri di grande intensità che riportano fedelmente la più accreditata tradizione storiografica. Nel dipinto del pittore tedesco Karl Theodor von Piloty (1865), Cesare è seduto sul suo scranno mentre Lucio Tillio Cimbro gli mostra un documento aggrappandosi alla sua tunica. I senatori con le loro vesti bianche, così come Cesare, con la sua corona dorata, sono illuminati da una forte luce che contrasta nettamente con lo sfondo, in cui si staglia, nella penombra, il congiurato Casca, pronto a sferrare l’attacco mortale. Il sapiente utilizzo delle zone d’ombra sottolinea marcatamente la gravità della scena e fa emergere con prepotenza la viltà del tradimento.
Vincenzo Camuccini invece, in un suo dipinto del 1809, ispirandosi a una tragedia di Voltaire, inserisce, nella solennità geometrica del suo stile pittorico, un’inquadratura quasi intima, che contribuisce a rendere ancora più drammatica la vicenda.
Cesare, accasciandosi a terra vinto dalle coltellate, spalanca le braccia e guarda il suo figliastro Bruto brandire il pugnale. Osservando il quadro si ha quasi la sensazione che Cesare stia gridando con stupore la celebre e leggendaria frase “Tu quoque Brute, fili mi!”
Nell’opera di Jean-Léon Géròme del 1859, l’atto efferato si è già compiuto e Cesare giace al suolo esanime, mentre i congiurati esultano con i pugnali alzati, rischiarati da una luce intensa che si riflette sulle loro toghe candide.
Il “dictator” è relegato ai margini, nell’ombra dell’oblio. Questi tre dipinti raccontano la storia di un delitto ma lo fanno a posteriori. Disponiamo di un’altra testimonianza che invece è coeva agli eventi. Si tratta di una moneta molto rara raffigurante il volto di Bruto da un lato e dall’altro due pugnali, il pileus (il berretto frigio indossato dagli schiavi liberati) e la scritta “Eid Mar”. Per un ipotetico detective dell’antichità non sarebbe stato difficile arrivare alla risoluzione del caso: in un solo piccolo oggetto sono racchiusi il volto dell’assassino, l’arma del delitto, la data esatta e il movente, ovvero la liberazione della res publica dalla minaccia della tirannide. Sappiamo però che le cose andarono ben diversamente da come avevano prospettato i cesaricidi. Il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano, sarebbe divenuto di lì a poco il primo ‘Augusto’ del più grande impero della storia. I congiurati avevano fallito miseramente e avevano pagato con la vita il loro gesto scellerato di alto tradimento. “C’è una sola cosa che conta a questo mondo Steven… Essere leali. Se non lo sei, non sei nessuno. E resti solo”. (da “Le idi di marzo”, film di George Clooney).