La cosmesi

Se si pensa all’arte e alla pittura affiorano nelle nostre menti immagini di tavolozze colorate, pennelli e tele pronte per essere trasformate in capolavori. Tuttavia c’è un altro tipo di pittura che è definita comunemente cosmesi e che può essere considerata una vera e propria arte. La cura del corpo e l’uso di imbellettarsi affondano le radici in tempi antichi e nel corso dei secoli hanno prodotto numerosi manufatti davvero pregevoli. Uno di questi è il cofanetto di Merit, moglie di Kha, architetto del faraone Amenhotep III (1390-1352 a.C.). Si tratta di una trousse di bellezza in legno dipinto, contenente una grande varietà di vasetti per unguenti e per il trucco degli occhi. Gli antichi Egizi avevano una grande attenzione per gli interventi estetici, dovuta a fattori religiosi di preparazione del corpo all’immortalità ma anche a componenti di tipo simbolico e sociale. I più nobili, uomini e donne, avevano l’abitudine di lavarsi con il natron, il fango del Nilo, di massaggiarsi con oli aromatici, di preparare maschere di bellezza utilizzando strani intrugli e di depilarsi con l’ausilio di insolite miscele a base di escrementi di mosca, olio, succo di sicomoro, gomma e melone, come riporta il papiro Ebers (1550 a.C.). Ogni crema o unguento aveva il suo apposito contenitore, ne potete ammirare uno in alabastro proveniente dal tesoro di Tutankhamon. Avevano inoltre l’usanza di truccare gli occhi con il khol nero (una polvere mista di malachite e antimonio che utilizziamo anche noi tutt’oggi), e con ombretti variopinti. Anche le labbra venivano rese più attraenti con un color rosso vivo. Un perfetto esempio di come apparivano gli Egizi dopo il consueto rituale quotidiano di bellezza è costituito dal celebre busto della splendida Nefertiti, Grande Sposa Reale di Akhenaton. Tutt’altro mondo quello greco, che esaltava al contrario la bellezza genuina e fondava il suo sistema sociale sulla kalokagathia (καλὸς καὶ ἀγαθός, “bello e buono”), ideale di perfezione fisica e morale. Solo un po’ di ginnastica, qualche bagno e un filo di colore su occhi e viso erano ammessi. Molto meno acqua e sapone i Romani, che erano soliti abbondare nella profumazione e nel belletto per nascondere gli effetti di una vita sregolata o dedita agli eccessi. Con l’avvento del cristianesimo tutto si fece più sobrio per poter aderire ad un ideale religioso di esaltazione della purezza. Tuttavia, nel corso del Medioevo, l’arte di truccarsi riprese poco a poco, basti pensare che Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì, raccolse in un codice 84 ricette di cosmetica, consultate da molte donne fino al Novecento. Il maquillage divenne particolarmente marcato in epoca barocca, quando la scarsa igiene personale era compensata dall’abbondante ritocco che donava un senso di apparente e vistosa cura di sé. Lo sfarzo, oltre che nella moda, si rifletteva negli oggetti da toeletta: ad esempio sontuosi specchi come quello acquistato da Luigi XIV nel 1684, realizzato in agata e pietre preziose con ricche decorazioni, camei e piccole statue. All’uso smisurato di prodotti da viso, spesso tossici, venne posto un freno dalla “Toilette de Flora”, un manuale di ricette di bellezza scritto nel 1772 da un medico francese che sostituì i classici zolfo, piombo e biacca con ingredienti naturali. La storia della cosmetica è senza dubbio affascinante e giunge fino a noi come un’arte non più appannaggio di pochi, come in Egitto o alla corte del Re Sole, ma di tutti coloro che desiderano cimentarsi in pitture visive più o meno elaborate.