IL LABIRINTO

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo solo i nudi nomi. Molteplici interpretazioni sono scaturite da questa enigmatica frase posta da Umberto Eco a conclusione del suo celebre romanzo “Il nome della rosa”. La citazione latina era originariamente contenuta nel “De contemptu mundi” di Bernardo di Morlay, monaco cluniacense che invitava a disprezzare la vita terrena, di cui di fatto non rimane nulla. La versione corretta però vedeva “Roma” al posto di “rosa” facendo da chiosa a un lungo discorso costruito sull’ubi sunt, ovvero sull’interrogarsi circa la concreta sopravvivenza delle cose e delle persone oltre il corso naturale della loro esistenza. Le edizioni successive al testo originale hanno portato ad un lapsus calami, una sorta di refuso che ha dato vita al titolo della celebre opera di Eco che si snoda tra un dedalo di enigmi legati a una biblioteca-labirinto. In una bolla di mistero, Guglielmo e Adso si battono per la ricerca di una verità che stenta ad emergere e rimangono vittime della biblioteca del convento, dove nulla è ciò che sembra e l’intelletto si perde tra le allucinazioni del subconscio. Un labirinto impenetrabile, in cui molti si sono addentrati ma pochi sono riusciti a uscire, intrappolati nei loro stessi pensieri e nelle ossessioni della mente, senza possedere la chiave della porta della verità, nascosta dentro il loro cuore. Di essi rimangono solo i nudi nomi, così come di tutto ciò che è in superficie, che non è vera essenza della vita, essa stessa un labirinto in cui è facile perdersi tra le strade errate del superfluo.
Labirinto è infatti sinonimo di smarrimento, di confusione ma anche di desiderio di trovare la via, diversa per ognuno di noi. Per l’eroe ateniese Teseo, la via era liberare Creta dal terribile Minotauro; per i fedeli della cattedrale di Notre Dame di Chartres invece, la via è Dio. Il labirinto posto sul pavimento della navata centrale risale al XII secolo ed è uno dei più famosi della cristianità. Si snoda per 261,5 metri lungo i quali si può percorrere una “via salvifica”, una sorta di pellegrinaggio simbolico che giunge al centro, nella rosa a sei petali, emblema della preghiera del Padre Nostro. Il giorno del solstizio d’estate un raggio di sole filtra da un foro della vetrata occidentale e illumina una lastra metallica dorata posta su una pietra bianca e di sbieco rispetto alle altre. Il cammino non deve necessariamente essere di natura religiosa, può tramutarsi in un viaggio introspettivo alla scoperta del proprio io interiore, per dirla in termini freudiani, delle proprie paure e dei propri limiti.
A volte è necessario perdersi per ritrovarsi, occorre sostare in un limbo di disorientamento fatto anche di libertà, come ci suggerisce un dipinto di Paul Klee, “Labirinto distrutto” (1939), un vero e proprio inno alla decostruzione degli schemi.
L’idea di un mondo parallelo, costruito su un’illusionistica visione in cui tutto è possibile, ce la fornisce anche Maurits Cornelis Escher in una litografia intitolata “Relatività” (1953). Un vertiginoso intrico di scale, di ambienti sottosopra, di figurine di persone che si muovono in tutte le direzioni senza limiti fisici di gravità.
Una dimensione fantastica che ci porta inevitabilmente a pensare alle scale mobili di Harry Potter che possono depistare in qualunque momento, come la strada errata di un labirinto. L’importante ad ogni modo è sapere che un’uscita c’è sempre, basta avere la chiave per trovarla.