Il gatto nell’arte

Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli, misti d’agata e metallo
Charles Baudelaire, nella sua celebre raccolta lirica de “I fiori del male”, non poteva trovare parole più poetiche per descrivere quel piccolo animale, un po’ dolce e un po’ pestifero, che popola molte delle nostre case. Il 17 febbraio si celebra la Giornata mondiale del felino più amato, protagonista di tante storie letterarie per grandi e piccini. Sepùlveda ci ha fatto commuovere con la storia di Zorba e della gabbianella cui insegnò a volare; Carroll ha affiancato alla sua “Alice nel Paese delle Meraviglie” un simpatico ed enigmatico “Stregatto”; E.A. Poe ha terrorizzato i suoi lettori con il macabro racconto “Il gatto nero”. Molti altri scrittori sono rimasti affascinati dalla figura del gatto e, come loro, anche molti artisti. Il mondo dell’arte è infatti da secoli pervaso da icone feline, che assumono diversi significati a seconda delle epoche storiche e degli influssi culturali, nonché religiosi. Gli antichi Egizi avevano una vera e propria venerazione per i gatti, tanto da mummificarli alla loro morte e dedicare loro dei sarcofagi appositi, come quello, molto bello, della gatta Myt del principe Thutmose. I gatti godevano in Egitto anche di un’aura divina, basti pensare che la dea Bastet, una delle più importanti divinità del Pantheon, veniva spesso raffigurata con la testa di gatta. Interessante è un’illustrazione nel Papiro di Hunefer che mostra un gatto, detto “di Eliopoli”, intento ad uccidere il terribile serpente Apopi, incarnazione del Caos. Per i Romani, invece, i gatti erano molto apprezzati come animali domestici ma nulla di più. In un bellissimo mosaico pompeiano possiamo vedere una classica scena di un micio che afferra tra le zampe una pernice. Nel Medioevo la figura del gatto subì un’involuzione: venne considerato un animale strano e misterioso tanto da essere di frequente rappresentato nei bestiari e nei libri d’ore, mentre sfoggia doti musicali a dir poco assurde. Essendo antico oggetto di culto pagano, con il cristianesimo il povero gatto, specie se nero, venne associato al male, alla sfortuna, alla morte e venne mandato al rogo insieme alle streghe. Anche nei dipinti cinquecenteschi il piccolo felino porta con sé sfumature demoniache e viene ritratto con espressioni malvagie, come simbolo di amoralità. La svolta arrivò con Leonardo da Vinci che sostenne che “anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro”. Egli ne studiò attentamente l’anatomia ritraendolo nei suoi disegni in diverse pose. Dal ‘600 in poi, sempre più numerosi furono gli artisti affascinati dalla figura del gatto, che divenne una vera mascotte in molti dipinti di diverso tenore. Talvolta raffigurati in pose placide e sonnecchianti, talaltra immortalati in frenetiche corse e zuffe rabbiose con altri simili, come nel bellissimo dipinto di Goya, o alle prese con bambini pestiferi, come quelli del quadro di Annibale Carracci, intenti a molestare il loro gattino imbronciato con un gambero. Se si parla di gatti nell’arte, il repertorio è davvero sconfinato. D’altronde, che sia osannato o disprezzato, che sia affettuoso o indisponente, placido o irrequieto, non può che essere sempre al centro dell’attenzione, cosa che per giunta non gli dispiace affatto.