I bambini di Terezín

Sono stato bambino tre anni fa.

Allora sognavo altri mondi.

Ora non sono più un bambino,

Ho visto gli incendi.

E troppo presto sono diventato grande.

Questa poesia è stata scritta da Hanuš Hachenburg, un bambino ebreo di Praga. Hanuš viveva con la madre, ma, a soli otto anni, si è ritrovato in un orfanotrofio per poi essere condotto nel campo di concentramento di Theresienstadt (Terezín), a 60 km dalla capitale ceca. Aveva un grande talento per la scrittura Hanuš, ma non ha mai potuto coltivarlo. Nel 1944 è stato inviato alle camere a gas di Birkenau. Aveva 15 anni. Insieme ad Hanuš, a Terezín, c’erano altri 15.000 bambini. I nazisti lo chiamavano ghetto ma di fatto era un terribile campo di prigionia, una tappa intermedia prima della deportazione ad Auschwitz. Le condizioni igieniche erano pessime, le malattie erano un flagello quotidiano e la fame non lasciava tregua portando sofferenza e disperazione. C’era il divieto di andare a scuola, c’era la paura dei soldati e delle esecuzioni, c’era la nostalgia dei propri cari. Ma nonostante tutto questo, quei bambini non persero mai la purezza della loro essenza, combatterono per essa, anche nell’atroce patimento della lontananza dai genitori. Grazie ad alcuni prigionieri adulti del campo, i bambini poterono continuare a studiare segretamente in piccoli gruppi e dare sfogo alle loro frustrazioni tramite musica, poesie, disegni e tenere viva la cultura con due settimanali clandestini, “Vedem” e “Kamarad”. Le materie prime erano quelle che erano, non avevano certo a disposizione bei cartoncini, matite e pennelli di ogni sorta. Tuttavia, ciò che scaturì dalla loro innata creatività rappresenta oggi una testimonianza incredibile di tenacia, di riscatto, di evasione dalla cruda realtà cui erano costretti ogni giorno. Nel Museo Ebraico di Praga sono conservati circa 4.000 disegni. Di questi, alcuni rievocano con colori vivaci la gioia dell’infanzia, i prati fioriti, il cibo abbondante, l’ambiente delle case perdute, altri invece raffigurano la brutalità della vita nel ghetto, con i malati, le baracche e i letti a castello, le guardie minacciose. Emergono da queste piccole opere d’arte, così come dagli scritti e dalle poesie, un’incredibile capacità e intensità espressiva e una consapevolezza della crudeltà umana che va oltre la dimensione naturale di un bambino. Dei 15.000 bambini di Terezín, solo un centinaio sopravvissero ai campi di sterminio. La loro storia e quello che ci hanno lasciato non vanno dimenticati. Nella Giornata della Memoria (e non solo), ricordiamoci di ciò che è stato, ricordiamoci di chi è stato strappato alla vita a causa dell’orrore di una mentalità che ha sconvolto il mondo ma che rimane tuttora latente nelle crepe della società odierna. Ricordiamoci dunque anche di coloro che fuggono dalle guerre e dalla miseria e subiscono torture e violenze in campi di prigionia, come quelli libici, ricordiamoci dei bambini detenuti senza genitori al confine tra Stati Uniti e Messico, ricordiamoci di tutti coloro che vengono disprezzati e perseguitati in nome di un ideale del “diverso”, un ideale intriso d’odio che non ha ragion d’essere. Ricordiamoci di essere come la farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati, come ha detto Liliana Segre davanti al Parlamento Europeo… e così la Memoria non sarà vana.