Gruppo del Laocoonte

Agesandro, Atanadoro, Polidoro, Gruppo del Laocoonte, I sec. a.C., Musei Vaticani, Roma

Qui un nuovo avvenimento, più grande e molto più orrendo, si offre agli sventurati, e turba i cuori sorpresi. Laocoonte, sacerdote tratto a sorte a Nettuno, immolava un grande toro presso le are solenni. Ma ecco da Tenedo in coppia per le profonde acque tranquille – inorridisco a raccontarlo – due serpenti con immense volute incombono sul mare, e parimenti si dirigono alla riva; i petti erti tra i flutti e le creste sanguigne sovrastano le onde; tutta l’altra parte sfiora il mare da tergo e incurva in spire gli enormi dorsi; scroscia il gorgo schiumante. E già approdavano, e iniettati di sangue e di fuoco gli occhi che ardevano, lambivano con lingue vibrate le bocche sibilanti. Fuggiamo esangui a quella vista. I serpenti con marcia sicura si dirigono su Laocoonte; e prima l’uno e l’altro serpente avvinghiano i piccoli corpi dei due figli li serrano, e a morsi si pascono delle misere membra; poi afferrano e stringono in grandi spire lui che sopraggiunge in aiuto e brandisce le armi; avvintolo due volte alla vita, e attortisi al collo due volte con le terga squamose sovrastano con il capo con l’alte cervici. Egli si sforza di svellere i nodi con la forza delle mani, cosparso le bende di sangue corrotto e di nero veleno e leva orrendi clamori alle stelle: quali i muggiti d’un toro ferito che fugge dall’ara, e scuote via dal collo la scure malcerta.

Publio Virgilio Marone, Eneide, II, 201-242, Traduzione di Luca Canali 

Questi magnifici versi del poeta Virgilio che raccontano la tragica morte di Laocoonte e dei suoi figli si adattano in modo sublime allo spettacolare gruppo scultoreo conservato ai Musei Vaticani. Venne ritrovato nel 1506 sull’Esquilino e identificato con il Laocoonte citato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Plinio scrive: 

“Non è poi una cosa molto più importante la fama, dal momento che il gran numero di artisti mette in ombra la notorietà di alcuni dovuta a opere mirabili, e dal momento che uno solo non può prendersi la gloria né possono essere nominati più autori allo stesso tempo, come nel caso del Laocoonte, che si trova nel palazzo dell’imperatore Tito, opera che è da anteporre a tutte le altre del mondo artistico, sia appartenenti alla pittura che alla scultura. Da un solo blocco per comune accordo i sommi artisti Agesandro, Polidoro e Atanodoro di Rodi fecero lui e i figli e i mirabili intrecci dei serpenti”.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXVI, 37

Al di là del discorso riguardante la fama degli artisti, questo passo di Plinio risulta fondamentale per la datazione dell’opera. La scultura di cui parla, conservata nel palazzo di Tito, dunque sul colle Oppio dove effettivamente venne ritrovata, sarebbe stata scolpita dagli artisti rodii Agesandro, Atanadoro e Polidoro, attivi nel I secolo a.C. e autori peraltro del famoso Gruppo di Polifemo di Sperlonga, che presenta delle affinità stilistiche con il Gruppo del Laocoonte. La scultura in questione dunque sarebbe stata scolpita in marmo intorno al 40-30 a.C., periodo in cui gli artisti si sarebbero trovati a Roma. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la scultura fosse stata realizzata in materiale marmoreo su modello di una più antica scultura in bronzo, forse risalente al 150 a.C.  

Dopo il suo ritrovamento, Papa Giulio II fece collocare il Laocoonte nel Cortile delle Statue all’interno del Giardino del Belvedere in Vaticano. Con il Trattato di Tolentino, stipulato al termine della campagna d’Italia condotta da Napoleone Bonaparte nel 1796, la scultura, insieme a tante altre di inestimabile bellezza e valore, vennero trasferite a Parigi. Solo dopo la conclusione delle guerre napoleoniche e grazie alle decisioni prese durante il Congresso di Vienna dagli alleati nel 1815, il Laocoonte tornò a ricoprire il suo legittimo posto in Vaticano sotto l’attenta supervisione di Antonio Canova che ne curò anche il restauro. Da quel momento la statua divenne una vera e propria attrazione per molti artisti e scultori, influenzando notevolmente lo stile di personaggi di grande calibro come Michelangelo, Tiziano, Raffaello.

Ma a questo punto viene da chiedersi: chi è Laocoonte? E cosa ha fatto per meritarsi una fine tanto terribile? Ebbene, Laocoonte era un troiano, sacerdote di Apollo Timbreo. Si era attirato l’ira del dio unendosi alla moglie Antiope davanti alla sua statua consacrata. Da questo atto sacrilego erano nati due figli, Antifate e Timbreo. Quando la guerra di Troia durava ormai da anni, accadde, come è noto, che i Greci ordirono un tranello per ingannare i Troiani e prendere facilmente il possesso della città. Costruirono un grande cavallo di legno e lo lasciarono sulla spiaggia come dono al dio Poseidone affinché concedesse loro un sereno ritorno in Grecia. Laocoonte capì immediatamente che si trattava di un inganno e si oppose fermamente alla decisione dei Troiani di portarlo fin dentro le mura della città. Consigliò di bruciarlo e arrivò persino a scagliare una lancia contro di esso proferendo la celebre frase “Timeo Danaos et dona ferentes” (“Temo i Greci, soprattutto se portano doni”). Per questo fu punito da Atena, favorevole ai Greci durante tutta la durata del conflitto, la quale fece scaturire dal mare due mostruosi serpenti, Porcete e Caribea, che si diressero immediatamente verso i due figli, avviluppandoli in un abbraccio mortale. Laocoonte accorse in loro aiuto ma il suo gesto fu vano e trovò anch’egli la morte nella stretta soffocante e velenosa dei due serpenti. I Troiani interpretarono questa scena agghiacciante come un segno divino che li convinse ancor di più a non credere alle parole pronunciate dal sacerdote e a portare il cavallo a Troia, segnando di fatto inconsapevolmente la rovina della città. Secondo un’altra tradizione che viene fatta risalire alla tragedia perduta di Sofocle intitolata a Laocoonte, questi sarebbe stato colpito dall’ira di Apollo per la profanazione del suo tempio e sarebbe stato dunque punito da lui e non da Atena con una morte atroce insieme alla progenie frutto del sacrilegio.    

Il gruppo statuario del Laocoonte, che racconta con un’intensità davvero drammatica il mito poc’anzi ricordato, è di una bellezza sublime. L’imponenza dei suoi 2 metri e 42 e la visione a tutto tondo restituiscono agli occhi di chi guarda un’emozione unica. Realizzata secondo i canoni dello stile ellenistico, la statua è talmente dinamica che sembra prendere vita, si può arrivare a percepire il sibilare dei serpenti e a sentire la sofferenza dei corpi stritolati, una sofferenza che si riflette nei volti disperati dei fanciulli, e in quello angosciato di Laocoonte, così come nei suoi muscoli e nervi in tensione. Il suo torace è contratto, il suo braccio sinistro è teso in un ultimo disperato tentativo di allontanare il serpente che lo sta mordendo. Mentre i due giovani sembrano essere ormai rassegnati, uno con la testa reclinata all’indietro in un moto di abbandono alla morte, l’altro con lo sguardo implorante rivolto al padre, Laocoonte esprime tutta la potenza del suo gesto estremo, del combattimento contro i mostri, anche se nella bocca aperta e negli occhi si ravvisa un sentimento di profonda angoscia per sé e per i figli. Osservando il Laocoonte possiamo quasi sentire il suo dolore sulla nostra pelle, il suo patimento ci tocca il cuore. Il modo in cui lo sopporta però sembra quasi sublime e forse questo è l’unico elemento mitico e ancorato all’ideale classico che ci allontana dall’incredibile umanità e realismo di questa statua.        

Consiglio:

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http://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei.html