Giuditta che decapita Oloferne

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli, 1612-1613Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, Galleria degli Uffizi, Firenze, circa 1620

«Fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: «Signore, Dio d’ogni potenza, guarda propizio in quest’ora all’opera delle mie mani per l’esaltazione di Gerusalemme. È venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi». Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa».

Libro di Giuditta, 13, 4-8

Questo breve ma intenso passo del Libro di Giuditta, contenuto nella Bibbia, racconta l’atto eroico di Giuditta che liberò la città di Betulia dagli Assiri guidati dal re Nabucodonosor e dal generale Oloferne, il quale si era invaghito di lei e non era stato in grado di prevedere il suo piano di uccisione. Il personaggio di Giuditta ha avuto notevole fortuna nel mondo dell’arte: numerose sono le opere che la rappresentano, in particolare nell’atto di uccidere Oloferne. Una di queste opere, anzi due, dal momento che ne esistono due versioni differenti, sono quelle realizzate dalla straordinaria pittrice Artemisia Gentileschi. La potenza dei due quadri e le emozioni che sprigionano non possono essere comprese appieno senza prima conoscere la travagliata storia di Artemisia. Ella nacque a Roma nel 1593 da Orazio Gentileschi e Prudenzia Montoni. Persa la madre in giovane età, forse per sopperire al vuoto lasciato nella sua vita, si avvicinò al mondo della pittura, del quale faceva parte il padre, che la introdusse volentieri all’apprendimento delle tecniche pittoriche. Tuttavia, proprio nel momento in cui il talento di Artemisia stava emergendo in maniera incontrovertibile, accadde un fatto drammatico che segnò per sempre la sua esistenza. Il padre l’aveva affidata ad un altro pittore, Agostino Tassi, per apprendere la prospettiva, ma costui aveva un carattere piuttosto difficile e godeva di cattiva reputazione. Un giorno, nel 1611, approfittò dell’assenza di Orazio Gentileschi e violentò la giovane Artemisia con la complicità, pare, di due persone, una delle quali era Tuzia, vicina di casa dei Gentileschi. Orazio, avendo saputo dell’accaduto e constatato che Agostino non avrebbe potuto ovviare al misfatto con un matrimonio riparatore in quanto già maritato, decise di portare il fattaccio a processo. Oltre dunque al terribile stupro, Artemisia dovette subire ulteriori torture fisiche e psicologiche: più volte fu sottoposta a pubbliche visite ginecologiche e fu costretta ad un interrogatorio con l’utilizzo del terribile strumento “dei sibilli” che rischiò di rovinarle le mani per sempre. Il processo si concluse con l’incriminazione di Tassi, che però, grazie alla magnanimità dei giudici, ebbe persino la possibilità di scegliere la sua pena, l’esilio, a cui tuttavia mai ottemperò. Successivamente Artemisia si sposò e continuò la sua carriera di pittrice tra Roma, Firenze, Napoli e Londra. Morì nel 1653.

Inutile dire che le vicende drammatiche che coinvolsero Artemisia influenzarono notevolmente la sua pittura, che appare spesso inquieta e cupa, e che per questo si avvicina molto allo stile caravaggesco. Nel caso specifico della prima versione di Giuditta che decapita Oloferne, realizzata a ridosso del processo, si può immaginare che il soggetto riconduca ad Artemisia stessa e al suo desiderio di vendetta e rivalsa sull’uomo che le aveva usato violenza. Nella scena, che denota grande dinamismo e violenza, traspare un forte realismo, ben visibile nella tensione dei movimenti e nelle espressioni dei volti. La seconda versione del quadro fu realizzata a Firenze e questa volta Artemisia si concentrò maggiormente sui dettagli e sull’aggiunta di alcuni particolari, che contribuirono a rendere la tela ancora più cruda, se possibile, di quella precedente. In entrambe le versioni è presente al fianco di Giuditta la sua ancella, la quale ha un ruolo fondamentale nella brutale uccisione di Oloferne. La figura dell’ancella secondo alcuni ricorderebbe la vicina di casa di Artemisia che, al contrario, non la aiutò minimamente nel momento in cui avvenne lo stupro. 

Sicuramente le vicende che coinvolsero Artemisia lasciarono un segno profondo nel suo animo, tanto da essere sempre trasposte sulla tela e tanto da fare di lei una “femminista” ante litteram. Il desiderio di vendetta per i torti subiti e quello di spiccare come pittrice in un mondo dominato da uomini sono sufficienti per fare di lei una straordinaria figura di rivalsa femminile. Tuttavia, questo aspetto non deve distogliere dall’effettiva bravura che la contraddistingueva. Artemisia non era solo un esempio di donna forte e risoluta ma era una pittrice molto talentuosa, al pari di molti altri grandi artisti della sua epoca.

Consiglio

Un consiglio spassionato è quello di leggere il bellissimo romanzo della scrittrice Susan Vreeland, La passione di Artemisia, che racconta la storia della pittrice mettendo a nudo tutti i suoi sentimenti, dall’angoscia e il turbamento per le umiliazioni e le violenze subite fino all’aspirazione di ritagliarsi un posto nel mondo dell’arte lontano dal padre oppressivo. Altrettanto bello è il film del 1997 diretto da Agnès Merlet, Artemisia-Passione estrema.