Basilica della Salute

Basilica della Salute, Venezia

«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia».

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, XXXI

Nel suo romanzo più celebre che narra la storia travagliata di Renzo e Lucia, Manzoni inserisce una lunga digressione, interamente basata su documenti storici, riguardo alla peste che colpì Milano nel 1630, detta appunto “peste manzoniana”. In un’Italia già fortemente provata da una carestia, il flagello del morbo si abbatté con particolare violenza nel settentrione, dove dal 1628 era in atto la guerra di successione di Mantova e del Monferrato, scoppiata a causa della mancanza di eredi del duca Vincenzo II Gonzaga. Nel conflitto si fronteggiavano il Sacro Romano Impero, la Spagna e Carlo Emanuele I di Savoia da una parte e la Francia e la Repubblica di Venezia dall’altra.

Il continuo spostamento di truppe, peraltro dedite a continui saccheggi su tutto il territorio interessato dal loro passaggio, portò alla rapida diffusione della peste. Tra le truppe maggiormente coinvolte in tale diffusione vi furono i Lanzichenecchi, che transitarono in Valle d’Aosta e nello Stato di Milano. Come racconta Manzoni, la sottovalutazione del contagio, la mancanza di tempestivi interventi da parte delle autorità e la perdita di tempo nel cercare untori anziché nel prendere misure di contenimento, portarono inevitabilmente a un aggravarsi della situazione, con un tasso di virulenza altissimo.

Anche Venezia, direttamente coinvolta nella guerra di Mantova e del Monferrato, fu colpita dal terribile morbo. Per le strade si iniziarono a vedere cadaveri orrendamente deturpati e medici dall’aspetto inquietante protetti da una lunga tunica nera e una maschera col becco adunco contenente erbe ed essenze contro il virus, divenuta un simbolo della città. Nonostante le misure precauzionali messe in atto dalla Repubblica Serenissima e lo spostamento dei malati sull’isola del Lazzaretto Vecchio, dove appunto si trovava un ospedale per gli “appestati” di epidemie, la peste continuò a dilagare in città, provocando la morte di migliaia di persone.

In tale situazione disperata, il doge Nicolò Contarini si recò nella Basilica di San Marco e fece un voto: «Eriger in questa Città e dedicar una Chiesa alla Vergine Santissima, intitolandola a Santa Maria della Salute, et ch’ogni anno nel giorno che questa città sarà pubblicata libera dal presente male, Sua Serenità et li sucessori suoi anderanno solennemente col Senato a visitare la medesima Chiesa a perpetua memoria della pubblica gratitudine di tanto beneficio». Per contrastare il morbo dunque si scelse di affidarsi alla misericordia divina. Come area di edificazione fu scelta la cosiddetta Punta della Dogana, e la prima pietra venne posata già nel 1631 sotto la direzione del giovane architetto veneziano Baldassare Longhena. La Basilica venne terminata solamente nel 1687, quando il patriarca Alvise Sagredo la consacrò solennemente. La peste a Venezia fu dichiarata debellata il 21 novembre 1631 e nello stesso giorno venne istituita una festa per celebrare la fine dell’epidemia e per ringraziare la Madonna della Salute, come era stato promesso dal doge Contarini.

La Basilica, con tutta la sua imponenza e magnificenza, si affaccia sul Canal Grande e sembra quasi emergere da esso. Costruita su pianta ottagonale, ricorda un po’ un pantheon, soprattutto per l’enorme cupola, che per ragioni legate alle caratteristiche del suolo veneziano, venne realizzata per quanto possibile con materiali leggeri per evitare che la chiesa sprofondasse. La facciata principale e i lati esterni dell’edificio, in stile barocco, sono decorati con una ricchissima serie di statue marmoree. Sulla sommità della cupola maggiore si trova la statua della Vergine con il bastone di Capitana de mar.

Con un esterno così maestoso, l’interno della Basilica non poteva che esserlo altrettanto. Molto luminoso e spazioso, il vano interno si apre sotto la cupola centrale affiancato da sei cappelle. Al centro del pavimento realizzato in tessere di marmi policromi, si trova un cerchio con cinque rose simboleggianti i misteri del Rosario e l’incisione “Unde origo inde salus”, che ricorda che come da Maria nacque Venezia, da Maria venne la salvezza. 

Al centro dell’altare maggiore si trova la cosiddetta Mesopanditissa, che significa “mediatrice di pace”. Si tratta dell’immagine della Madonna con Bambino giunta dall’isola di Creta il 26 febbraio 1670 portata dal doge Morosini, che era riuscito a trarla in salvo in seguito alla sconfitta inflitta dai Turchi. Il suo appellativo ricorda come nel 1264 i veneziani e i cretesi, davanti alla tela, avevano posto fine alla guerra che avevano combattuto per un sessantennio. Il dipinto si trova incastonato nello splendido altare marmoreo realizzato dallo scultore fiammingo Just Le Court.

A sinistra si trova una fanciulla, personificazione di Venezia, che supplica la Madonna di salvarla dalla pestilenza; al centro si trova naturalmente la statua della Madonna col Bambino che accoglie le richieste della città; a destra si nota un angioletto che con la torcia accesa colpisce una figura di donna, vecchia e brutta, che fugge verso il coro. È la personificazione della peste che di fronte alla Madonna alza le braccia e urla spaventata, non potendo far altro che allontanarsi per sempre da Venezia.

Consiglio:

Qui di seguito trovate il link di un interessante articolo che mette a confronto i contenuti della digressione di Manzoni sulla peste con gli accadimenti odierni riguardanti il Covid-19. Leggendo ci si accorge di quanto siano importanti sia il numero che la qualità delle analogie e ci si accorge anche che, purtroppo, dalla storia si impara ben poco e comunque mai abbastanza.
https://www.corriere.it/cultura/20_marzo_12/coronavirus-rileggiamo-manzoni-quella-peste-milano-parlanoi-8c539f66-6474-11ea-90f7-c3419f46e6a5.shtml