Arazzo dell’Apocalisse

Arazzo dell’Apocalisse, XIV sec., Angers, Francia

«L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”. E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore».

Giovanni di Patmos, Apocalisse, 17, 3-6

Con queste sferzanti parole San Giovanni introduce uno dei passi più famosi della sua Apocalisse, quello in cui viene descritta tramite analogie e immagini dure e talvolta difficilmente interpretabili, la città di Roma con i suoi vizi e i suoi peccati, per i quali è stata punita e distrutta. Tutto il racconto apocalittico verte sulla contrapposizione tra il Male e il Bene e sulla fede nella vittoria definitiva di quest’ultimo con la scomparsa delle persecuzioni cristiane inflitte, tra gli altri, anche dalla Bestia sopracitata. Il genere dell’Apocalisse è piuttosto oscuro, si presenta profondamente denso di simboli, immagini allegoriche, linguaggio numerico, che rendono la narrazione enigmatica e a tratti quasi incomprensibile. Il mistero che aleggia intorno alle parole simboliche di San Giovanni trova rappresentazione in uno dei più celebri e magnifici cicli di arazzi mai realizzati. Si tratta del cosiddetto Arazzo dell’Apocalisse di Angers.

Fu realizzato tra il 1373 e il 1382 su commissione del figlio secondogenito del re di Francia Giovanni II, il duca Luigi I d’Angiò, il quale, essendosi avvicinato notevolmente alla corte papale di Avignone, voleva con quest’opera religiosa e molto costosa (6000 franchi d’oro) accrescere il prestigio della casata Valois. L’artista che accettò l’incarico era un mercante nonché stimato arazziere francese, Nicolas Bataille, che fece tessere l’arazzo nel suo laboratorio di Parigi. Naturalmente, prima della tessitura vennero realizzati dei cartoni preparatori sul modello di un manoscritto inglese del 1250, affidati alla mano di Hennequin de Bruges, detto Jean de Bruges, pittore di corte di Carlo V di Francia, fratello di Luigi d’Angiò. L’arazzo fu inizialmente collocato nella cattedrale di Saint Maurice ad Angers ma nel 1789, durante la Rivoluzione, venne distrutto e smembrato per ricavare coperte e stuoie. Fortunatamente venne recuperato nel 1848, restaurato e ricollocato nella cattedrale. Successivamente però venne trasferito in un luogo più adatto alla sua conservazione, ovvero il castello di Angers, cittadina della Loira e culla della famiglia degli Angioini, casata di Luigi I, il committente dell’arazzo. Il castello rappresenta una cornice davvero suggestiva per questa preziosa opera, conservata all’interno di una galleria buia (e fredda) che la mette in risalto tramite apposite luci.

In origine l’arazzo era composto di sette pezzi, verosimilmente corrispondenti ai “settenari” dell’Apocalisse, ovvero alla ricorrenza dei sette elementi (le sette Chiese, i sette sigilli aperti da Cristo, le sette trombe suonate dai sette angeli di Dio, le sette fiale, i sette calici). A noi sono giunti solamente sei pezzi, per un totale di settantuno scene distribuite in 103 metri di lunghezza e 6 di altezza. Il ciclo ripercorre pressoché fedelmente il racconto di Giovanni ma la cosa interessante è che fornisce anche molte informazioni su costumi e iconografie tipiche dell’epoca medievale.

Per la realizzazione vennero utilizzati materiali quali lana, seta e tinte con colori vegetali. Tra questi spiccano il giallo, ottenuto con la reseda, una pianta contenente luteolina, una sostanza utilizzata appunto come colorante; il rosso ottenuto con la robbia; il blu, ottenuto con il guado, una pianta di origine asiatica dalle cui foglie si ricava una sostanza che con l’ossidazione diventa blu. Sono presenti nella tessitura anche fili d’oro e d’argento.

Di seguito alcuni delle scene più significative dell’arazzo

Il ciclo si apre con un pannello, suddiviso in sette scene, in cui è rappresentata una figura di lettore, seduto in un elegante e gotico baldacchino. È lo stesso Giovanni che si ritrova in tutti gli altri pannelli come narratore fuori campo della storia. Nella seconda scena di questo primo pannello si trova Giovanni di fronte alle sette Chiese d’Asia Minore: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, sormontate da sette angeli, simboli della fede in Cristo.
«Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno di tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea». (1, 9 – 12)
Altre interessanti scene del primo pannello rappresentano l’apparizione dei quattro cavalieri all’apertura dei primi dei sette sigilli. Ogni cavaliere, che siede su cavalli di diverso colore, rappresenta un male per l’umanità: conquista, guerra, carestia e morte. Nel primo cavaliere rappresentato nell’arazzo, che dovrebbe corrispondere alla Parola di Dio, alcuni hanno intravisto lo stesso Luigi d’Angiò in un intento celebrativo. Di seguito le immagini del terzo e del quarto cavaliere.

«E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo ai quattro esseri viventi, che diceva: «Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro! Olio e vino non siano toccati». Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra». (6, 1-8)

Il secondo pannello si apre con i sette angeli che suonano le sette trombe per annunciare le punizioni inflitte all’umanità: il fuoco e la grandine, il mare insanguinato, la stella che muta le acque in assenzio, le locuste e infine l’esercito sterminatore. Quest’ultimo elemento è rappresentato molto bene nell’arazzo, dove si possono riconoscere le armi e le armature tipiche del XIV secolo. 

«Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare». (8, 10-11)

«Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità». (9, 16-18)

Il terzo pannello è dedicato alla Bestia del mare, l’Anticristo, che sale dall’Inferno per distruggere i due testimoni che annunciano la Parola di Dio. La Bestia, mostruosamente deforme e spaventosa, rappresenta probabilmente l’Impero Romano, reo di aver messo in atto terribili persecuzioni ai danni dei cristiani, oppure più generalmente il paganesimo che mette a repentaglio costantemente la Chiesa. A supporto della Bestia interviene anche un Drago, incarnazione di Satana.
«E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere». (13, 1-2)
Nel quarto pannello vengono presentanti coloro che adorano la Bestia, i privi di fede, i corrotti dal paganesimo, ma anche coloro che invece affrontano il martirio rimanendo saldi nel cristianesimo. Tutti questi uomini che resistono alla seduzione della Bestia saranno trasportati in cielo su un panno bianco sollevato da due angeli. Giovanni, sempre a lato della scena, trascrive su un rotolo la predizione.
«E udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: beati i morti che da ora innanzi muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, essi si riposano dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono». (14, 13)
Nel quinto pannello sono rappresentate le piaghe annunciate dalle sette trombe. Gli angeli ricevono sette fiale colme dell’ira di Dio e ne riversano il contenuto sulla terra, nel mare e nei fiumi, sui raggi del sole, nel fiume Eufrate. A completare il tutto appaiono anche alcuni mostri che vomitano spiriti demoniaci simili a rane.
«Poi il secondo angelo versò la sua coppa nel mare; esso divenne sangue simile a quello di un morto, e ogni essere vivente che si trovava nel mare morì. Poi il terzo angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti; e le acque diventarono sangue». (16, 3-4)
Altra scena particolarmente significativa del quinto pannello è quella raffigurante Babilonia, ovvero la città di Roma, definita “Grande Prostituta”, nell’atto di osservare la sua immagine riflessa allo specchio che però appare brutta, segno della corruzione della sua anima e della sua fine ormai vicina.
«E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: “Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”. L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”» (17, 1-5).
Nel sesto pannello avviene finalmente la tanto annunciata caduta di Babilonia. La città è rappresentata in rovina, distrutta, mentre Giovanni, che osserva la scena, congiunge le mani quasi in segno di paura per la temuta ira divina.
«È caduta, è caduta Babilonia la grande, ed è diventata covo di demoni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato». (18, 2-3)
Infine, sempre nel sesto pannello, si giunge alla visione celestiale della nuova Gerusalemme. Cristo si rivolge a Giovanni che ammira la dimora di coloro che meriteranno la ricompensa per la fedeltà mostrata a Dio. Tutto nella raffigurazione, dal fiume di acque cristalline agli alberi, ricorda la perfezione del Paradiso. Un fatto interessante è che la città è raffigurata sul modello di una tipica città medievale con le torri merlate e le mura fortificate.
«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio». (21, 1-3)