Apollo e Dafne

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625, marmo, Galleria Borghese, Roma

Febo ama: smania di unirsi a Dafne da quando l’ha vista

e spera in ciò per cui smania; lo inganna il suo dono profetico.

E come, mietute le spighe, si dà fuoco alle stoppie leggere,

come brucia una siepe se capita di accostarvi troppo la torcia

a un passante, o buttarla da parte, una volta spuntato il mattino,

così il dio va in fiamme, così il cuore gli avvampa

e nutre il suo sterile amore di speranze.

[…] Le vede risplendere un fuoco negli occhi, simili a stelle, le vede la bocca;

ma vedere non basta. Le ammira le dita e le mani,

i polsi e le braccia, nude oltre il gomito; i punti nascosti

li immagina ancora più belli. Più lesta dell’aria leggera,

lei fugge, e non vuole arrestarsi se lui la richiama:

“Ninfa, ti supplico, figlia del Peneo, ferma il passo. A inseguirti non è un nemico.” […]

Lei è pallida, ha perso le forze,

spossata dalla fatica della fuga veloce. Ma vede le onde del Peneo e lo invoca:

“Soccorrimi padre! Se in voi c’è potere divino, fiume,

trasforma e smarrisci questa bellezza che ha acceso un amore eccessivo”.

Appena ha finito la supplica, la invade un pesante torpore

le membra, una lieve corteccia le cinge il morbido seno,

i capelli si levano in foglie, le braccia si drizzano in rami,

i piedi fin lì così rapidi si fissano in lente radici,

la chioma le invade il viso: non resta di lei che il fulgore.

Ovidio, Metamorfosi, I, 490-552

Non vi sono parole più belle, poetiche e toccanti di quelle di Ovidio, autore latino del I sec. d.C., per raccontare il dramma vissuto dalla giovane ninfa Dafne, vittima inconsapevole del gioco crudele di Amore che per vendetta nei confronti di Apollo lo accese di passione per lei. Il dio del sole infatti era reo di essersi vantato con lui dell’uccisione del serpente Pitone, custode dell’Oracolo di Delfi, e fu così condannato all’amaro destino di desiderare oltre il limite e amare senza essere corrisposto.

Dafne era una naiade, ninfa delle acque dolci, figlia di Peneo e Creusa, era dotata di una bellezza straordinaria, pura e casta. Colpita da una freccia di piombo scoccata dal dio dell’amore, fu presa da angoscia e paura quando Apollo, trafitto al contrario da una freccia d’oro carica di desiderio iniziò a inseguirla per possedere quel corpo così sublime. Esausta dalla fuga, Dafne, quasi raggiunta dal dio, non poté far altro che compiere un estremo gesto e rinunciare alla sua bellezza pur di sfuggire alle sue brame. Venne trasformata in alloro (che nella lingua greca si dice appunto “dafne”!) ma nemmeno in quel momento Apollo smise di amarla: abbracciò i rami, tentò di baciare il tronco ma venne ancora una volta respinto. Fu allora che, scoraggiato e impotente, decise di staccare delle foglie dalla pianta, renderla sempreverde e a lui sacra, farne il suo simbolo, adornando il suo capo e scegliendola come segno di gloria per gli uomini più validi e i poeti. Si conclude così il mito di Apollo e Dafne, uno dei più celebri e meglio conosciuti, rappresentato nel corso della storia in numerose opere d’arte. Tra queste, una delle più splendide è sicuramente l’imponente statua marmorea scolpita dal grande maestro barocco Gian Lorenzo Bernini. Gli venne commissionata dal cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, nipote del pontefice Paolo V e mecenate, nel 1622, quando era poco più che ventenne e riuscì a ultimarla nel 1625 (nel 1623 era stato costretto a interrompere il lavoro per dedicarsi alla statua del David per il cardinale Peretti).

Alla base della statua venne poi apposto un cartiglio che attribuì un significato morale cristiano ad un racconto pagano:

«Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie le mani di fronde e coglie bacche amare»

La statua di Apollo e Dafne si erge maestosa con i suoi 2,43 metri ed è un vero capolavoro che incanta lo sguardo e suscita forti emozioni. Con grande maestria e precisione, Bernini riuscì a cogliere l’attimo esatto in cui Apollo raggiunge la ninfa e la ghermisce con un braccio mentre lei inizia la sua metamorfosi in alloro. Il dio ha il corpo di un giovane fanciullo che si protende nella corsa per cercare di afferrare Dafne, il suo viso ha i tratti ansimanti per lo sforzo fisico e per il forte desiderio, i suoi muscoli sono in tensione, le sue dita sfiorano il busto di lei che è ormai divenuto corteccia («Anche così Febo l’ama, posando la mano sul tronco le sente il cuore che palpita, sotto la nuova corteccia», Ovidio, Met. I, 553-554), il mantello che lo avvolge è gonfiato dal vento. La bella ninfa è rappresentata invece con il volto stravolto dalla paura, gli occhi sbarrati pieni di terrore, la bocca aperta come se stesse urlando. Il suo corpo nudo si inarca verso l’alto cercando di sfuggire ad Apollo, le dita delle sue mani e i capelli prendono la forma di rami e foglie, le gambe diventano tronco e i piedi si trasformano in radici ancorandola al suolo. Il pathos che questa scena impressa nel marmo sprigiona è di una potenza straordinaria. L’effetto delle figure in movimento che creano una sorta di vortice è davvero mirabile e la maestria nel saper rappresentare il momento estremo di trasformazione di un corpo umano in una pianta è eccezionale. Il netto contrasto tra la superficie liscia della pelle e quella ruvida della corteccia contribuiscono ad esaltare la metamorfosi. Non si può che provare stupore e ammirazione di fronte a un tale capolavoro di arte scultoria.