L’incivile conflitto. Gli ultimi della Storia

L’incivile conflitto. Gli ultimi della Storia

Curiosità dalla guerra

L’incivile conflitto

Gli ultimi della Storia

Fin dall’antichità, lo studio della Storia si è concentrato sulle figure dei grandi condottieri, re ed imperatori che hanno guidato il proprio popolo attraverso i secoli. Questa caratteristica si è mantenuta quasi inalterata fino ad arrivare ai giorni nostri, dove ancora troppo spesso si identificano i periodi storici con il nome del personaggio più rilevante di quell’epoca.

Solamente negli ultimi anni l’attenzione degli storici si è rivolta all’esperienza degli ultimi della Storia, a quelle figure da sempre considerate secondarie perché nessuno ricordava il loro nome o la loro funzione nella società. La verità è che un qualsiasi condottiero non avrebbe potuto niente senza un popolo alle sue spalle, popolo formato (a seconda delle epoche) da stratificazioni sociali estremamente diverse fra loro. Grazie a queste considerazioni abbiamo finalmente visto la nascita di campi di studio come la Storia sociale, la Storia dei generi, la Storia delle donne.

La guerra civile?

L’approfondimento di questa settimana torna, come di consueto, sulla Seconda Guerra Mondiale, quell’immenso calderone contenente così tanti spunti di ricerca da impegnare un’intera vita. Il tema di oggi tocca nuovamente quel delicatissimo periodo che va dalla caduta del governo Mussolini nel luglio del 1943 e che si concluderà ben oltre il maggio del 1945, quando le truppe tedesche si ritireranno dal nostro paese.

In questi due anni in Italia si consuma un sanguinoso conflitto che molti storici considerato come una vera e propria guerra civile, che vede scontrarsi le forze militari ancora fedeli al fascismo e all’alleanza con la Germania con quel coacervo difficilmente districabile formato da membri della Resistenza più o meno politicamente attivi, soldati del Regio esercito ormai allo sbando e reparti militari del nuovo esercito italiano cobelligerante con gli Alleati. Non è una guerra di grandi battaglie e di immensi dispiegamenti militari, bensì una guerra fra vicini di casa, costellata di attentati, guerriglia e azioni individuali.

L’imolese sulla Linea Gotica

L’attenzione di oggi si concentra su un episodio avvenuto ad Imola, in Emilia Romagna, nella zona che ha ospitato il fronte per sei mesi, dal novembre del 1944 fino all’aprile del 1945, quando gli Alleati sfonderanno le difese tedesche fra l’Adriatico e il Tirreno, la Linea Gotica.

Gli Alleati giungono all’appennino tosco-emiliano già nell’estate del 1944, ma la particolare conformazione del territorio permette ai tedeschi di trasformare la zona in un gigantesco sistema difensivo che si snoda fra le valli collinari e montuose. La permanenza delle truppe tedesche fra la Toscana e l’Emilia Romagna, coadiuvate da elementi fascisti, è tristemente nota per le stragi nella zona di Sant’Anna di Stazzema e di Monte Sole, le quali provocheranno migliaia di vittime fra la popolazione civile, come rappresaglia per gli attacchi partigiani subiti dai tedeschi nei mesi precedenti.

Purtroppo questi non sono gli unici episodi del genere: i due anni di guerra in Italia infatti sono disseminati di episodi di vendetta e rappresaglia, numericamente minori ma ancora indelebilmente vivi nella memoria delle comunità interessate. Per illustrarvi questa storia dobbiamo proiettarci direttamente verso la fine delle ostilità, nell’aprile del 1945. Le prime truppe alleate a raggiungere Imola saranno quelle del Secondo Corpo d’Armata polacco del generale Anders, il 14 aprile; gli ultimi soldati tedeschi, seguiti dai fascisti, lasceranno la città quella mattina stessa, scontrandosi con le avanguardie polacche.

Prima che tutto questa avvenga, nella notte fra il 12 e il 13 aprile elementi della Brigata nera imolese prelevano sedici detenuti politici rinchiusi nella Rocca Sforzesca di Imola, accusati di essersi uniti alla Resistenza. Dopo essere stati condotti vicino all’azienda ortofrutticola Becca, nei pressi del centro storico, i detenuti vengono torturati e successivamente trucidati con delle granate. Nella memoria imolese questa tragedia verrà ricordata come l’eccidio del pozzo Becca, dal momento che i fascisti butteranno i resti dei cadaveri nel pozzo dell’azienda ortofrutticola, nel tentativo di nascondere le prove delle loro azioni, per poi fuggire seguendo la ritirata tedesca.

Con l’arrivo delle truppe alleate i corpi vengono rinvenuti e, a fatica, identificati. I sedici partigiani vittime della violenza fascista facevano parte della 66esima brigata Jacchia Garibaldi e della 5a brigata Bonvicini Matteotti. Il comportamento dei fascisti imolesi responsabili è da imputare al sentimento di vendetta e frustrazione nel doversi ritirare ed abbandonare la loro città nelle mani del nemico, sentimento che si rivolterà contro di loro. Infatti, dopo la cessazione delle ostilità, i fuggitivi vengono individuati a Verona ed arrestati.

Durante il trasporto alla caserma dei Carabinieri di Imola, il 27 maggio 1945, il camion viene circondato dalla folla infuriata e assetata di vendetta dopo cinque anni di guerra voluta dai fascisti. Proprio davanti alla caserma i cittadini riescono a mettere le mani sui brigatisti e a linciarli violentemente, provocando la morte di dodici di loro. Con l’eccidio di via Aldrovandi, dal nome della strada in cui è avvenuto, hanno termine le violenze causate dai fascisti della Brigata nera imolese. A testimonianza di ciò, sono oggi consultabili le immagini fotografiche dei resti dei cadaveri estratti dal pozzo Becca, orrendamente mutilati.

Lorenzo Pasquali

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