Perché leggere la Passione di Perpetua e Felicita

Perché leggere la Passione di Perpetua e Felicita

Perché leggere la Passione di Perpetua e Felicita

In ventidue anni di vita ho, più o meno sempre, avuto fede.

Ho sempre creduto in Dio e più volte Dio mi ha dato prova di essere vicino a me.

Negli ultimi tempi però ho avuto una sorta di rivelazione, che ha cambiato il modo di vedere la fede e il mio rapporto con la religione: per la prima volta ho studiato letteratura cristiana e ho iniziato a capire cosa ci fosse alla base di tutto quello che siamo abituati a sentire durante la Messa.

È per questo che consiglio a tutti, anche ai non credenti, di leggere un testo cristiano, che sia nel canone o no.

È per questo che consiglio a tutti di leggere la Passione di Perpetua e Felicita, che ho trovato un testo intenso e affascinante.

Andando con ordine, ritengo opportuno specificare che, per definizione, si intende per Passione la narrazione dell’arresto, della prigionia, delle torture e dell’esecuzione dei cristiani.

Nel caso specifico della Passione di Perpetua e Felicita ci troviamo in Africa, forse a Cartagine o forse a Tuburbo Minus, città vicina a Cartagine.

Il martirio di Perpetua e dei suoi compagni avvenne il 7 marzo del 203 durante le feste organizzate per il dies natalis di Geta, come riusciamo a ricostruire dalla cronologia dello stesso testo.

Perpetua e i suoi compagni, che vengono definiti nei primi capitoli adolescentes catechumeni (riceveranno il battesimo all’inizio del racconto), negli ultimi capitoli diventeranno fortissimi et beatissimi martyres con una sorta di percorso di formazione, scandito dall’arresto, la prigionia, l’interrogatorio e la finale “condanna alle bestie”.

A livello testuale ci sarebbero molti aspetti da analizzare: non è chiaro per gli studiosi in che lingua il testo sia stato redatto originariamente, se in latino o in greco, così come non sono chiare le modalità della redazione, che dovrebbe essere stata tripartita: all’inizio a scrivere è un redattore, di cui non conosciamo l’identità, ma che probabilmente conosce bene i fatti avvenuti, sebbene per gli studiosi, in base alle sue parole, non sia un testimone oculare; poi si passa alla narrazione di Perpetua, che redige una specie di diario di prigionia, in cui il tempo è scandito senza una precisa regolarità, con indicazioni vaghe su quanti giorni abbia realmente passato in carcere e con l’uso promiscuo di avverbi quali tunc; tre capitoli sono poi dedicati alla narrazione di una visione da parte di Saturo, il catecheta del gruppo; l’ultima parte, che narra i veri e propri fatti del martirio, è raccontata dal redattore.

La Passione di Perpetua e Felicita è tuttavia un testo molto particolare nel suo genere ed è da questo che deriva, a mio parere, la sua grandezza.

Prima di tutto è uno dei pochi testi pervenutici dall’antichità scritto da una donna, la stessa protagonista degli eventi, Perpetua.

Perpetua non è una donna qualunque, ma ho rivisto in lei una straordinarietà mai riscontrata nei miei studi precedenti.

Il redattore del testo, che ha scritto la prima e l’ultima parte della Passione, come a noi oggi è pervenuta, la definisce, con uno stile simile a quello delle epigrafi funerarie, honeste nata, liberaliter instituta, matronaliter nupta nel secondo capitolo.

Capiamo da queste parole che Vibia Perpetua è una donna libera, forse con una certa agiatezza economica, che ha potuto studiare (nel corso del testo abbiamo modo di capire che, per esempio, è in grado di parlare il greco, pur venendo dall’Africa), che si è sposata da matrona.

L’ultima indicazione non deve passare inosservata: Perpetua è sposata da matrona, ha anche un figlio piccolo, che ancora sta allattando, ma del marito non si hanno notizie. Viene citato in questo capitolo introduttivo e poi scompare nel corso di tutto il racconto. Ci si rende subito conto dell’eccezionalità dell’evento, in un mondo come quello romano, nel quale le donne non avevano una vera e propria indipendenza, ma vivevano una vita legata a quella del proprio marito. Ci sono tante ipotesi su questa figura, non sappiamo infatti se Perpetua fosse vedova (in questo caso perché non indicarla come vidua?), se avesse ottenuto il divorzio, e sul perché il figlio vivesse con la donna, vista la legge romana che prevedeva che la patria potestas sul bambino rimanesse al padre in caso di divorzio. Fondamentale per noi lettori moderni è il fatto che Perpetua non abbia bisogno della figura del marito, ulteriore prova di come Perpetua sia una donna totalmente estranea agli standard del tempo.

A tal proposito, eccezionale è anche il rapporto che Perpetua ha con la figura paterna.

Il padre, che viene descritto come un senex, compare più volte nel testo nell’atto di spingere Perpetua a cambiare idea e non cedere alla prova del martirio, ma ottiene l’effetto opposto: è proprio nei capitoli dedicati al racconto delle visite del padre che si evince la forza della fede di Perpetua, che non ha dubbi sul suo futuro, ma è pronta a sacrificare la vita per Dio. La cosa che forse colpisce maggiormente della sua figura è proprio il non avere quel sentimentalismo che tipicamente la tradizione attribuiva alle donne, ma il restare ferma sui suoi scopi, mossa da una forza soprannaturale, quale era il carisma in lei. Anche la gestualità diviene importante: il padre si prostra ai sui piedi strappandosi i capelli e pregandola di desistere, con un atteggiamento quindi tipicamente femminile (basti pensare alle figure delle prefiche), mentre Perpetua, nonostante la sua condizione di donna romana con una precisa gestualità, rimane ferma e immobile, senza farsi smuovere dalla platealità paterna. Perpetua è consapevole dell’infelicità del padre, uomo anziano che non accetta il martirio della figlia, soprattutto in quanto motivo di vergogna per la famiglia, così come è consapevole di lasciare un infans senza l’affetto materno, ma al centro del suo pensiero c’è una caratteristica intrinseca in tutti i martiri, quella di non preoccuparsi tanto del mondo terreno, quanto di quello che accadrà dopo il martirio.

A rafforzare questo pensiero vi è un altro elemento fondamentale di questa Passione: le visioni.

Perpetua, nonostante non sia la figura centrale del gruppo dei catecumeni (è Saturo il catecheta) è la destinataria di quattro visioni nel corso del racconto. Fondamentali per la sua decisione di cedere al martirio sono la prima e l’ultima, nelle quali Perpetua si trova ad affrontare delle prove e nelle quali sembra comparire, nelle forme tipiche dei testi sacri (il serpente, l’egiziano) il Demonio. Le sfide per Perpetua sono dure, ma la conclusione delle visioni è il momento in cui la donna arriva alla consapevolezza che la sua sarebbe stata una vittoria contro il demonio più che una comune condanna alle bestie e che la sua vita da quel  momento in poi sarebbe stata orientata verso il mondo ultraterreno, del quale, tra l’altro, ella prende atto nel corso della sua prima visione e nel quale c’è una figura, probabilmente proprio quella di Cristo, che la saluta come tegnon, figlia. È in questo passo che Perpetua capisce come il suo vero padre sia Dio ed è proprio in relazione a questo che bisogna interpretare gli atteggiamenti successivi di Perpetua, come per esempio la tranquillità nell’abbandonare il padre biologico e soprattutto il figlio, che ha ancora bisogno delle sue cure (come tende spesso a sottolineare il padre, probabilmente per stimolare il senso di colpa della donna).

Un’altra peculiarità del nostro testo è data dalla figura di Felicita, che compare nel titolo dell’opera ed è sempre indicata anche nell’iconografia al fianco di Perpetua, ma che in realtà è quasi inesistente nelle trame del racconto. Viene presentata come facente parte del gruppo nei primi e negli ultimi capitoli, ma si parla di lei solo in un capitolo, nel quale si racconta del suo parto, avvenuto prima del martirio, e della sua forte voglia di essere sottoposta al martirio con i suoi compagni, al punto da soffrire per i dolori del parto, ma non temere quelli del martirio, in quanto, come professa lei stessa, durante il martirio a soffrire non sarà lei, ma Dio per lei e in lei.

È proprio da queste professioni di fede che è nato il mio amore per questo testo.

Ho letto nelle parole, soprattutto di Perpetua, una forza, che sarebbe riduttivo descrivere in poche pagine, ma che si evince solo leggendo il testo originario.

Ho cercato di immedesimarmi in figure come quella di Perpetua, in una società nella quale spesso l’unica colpa consisteva nell’essere cristiano, ma con il coraggio di affermare senza problemi Christiana sum, come fa Perpetua nel corso dell’interrogatorio.

Su questo testo e sulla straordinaria figura di Perpetua ci sarebbero da analizzare altri mille aspetti, cosa che in questo contesto risulta impossibile.

Rimane la forza delle sue parole e la consapevolezza che ancora oggi le azioni di martiri come Perpetua abbiano una ripercussione sulla fede dei cristiani.

Molti imperatori, anche prima delle vere e proprie persecuzioni, cercarono di condannare i cristiani, servendosi di queste minoranze come capro espiatorio della crisi che nel frattempo l’impero attraversava. La vera vittoria del cristianesimo però fu proprio quella di crescere durante le persecuzioni, al punto che la religione cristiana si alimentò con il sangue (e successivamente con il culto) dei martiri come Perpetua.

Ed è anche per questo che è importante per noi, ancora oggi nel 2020, studiare testi come la Passio Perpetuae.

                                                                                                          Enrica Esposito

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.