Il matrimonio nell’antichità. Un confronto tra la Cina antica e la Roma repubblicana-imperiale

Il matrimonio nell’antichità. Un confronto tra la Cina antica e la Roma repubblicana-imperiale

Il matrimonio nell’antichità

Un confronto tra la Cina antica e la Roma repubblicana-imperiale

In questo breve approfondimento indagheremo il tema del matrimonio, confrontando le pratiche in uso nella Cina antica e nella Roma repubblicana e primo imperiale. Per poterlo fare, è necessario fornire prima alcune informazioni di base su un mondo – quello cinese – per lo più sconosciuto.

Per quasi mille anni la Cina è stata guidata dalla dinastica Chou, che si divide nelle epoche dei Chou occidentali (1122-771 a.C.) e dei Chou orientali (770-256 a.C.). Il territorio era governato da una miriade di piccoli stati, che erano legati tra di loro da una serie di alleanze e vedevano i sovrani rispettare il re di Chou. Alla fine di un periodo complesso i regni si unirono dando vita a un Impero cinese unificato. La prima parte della loro storia è nota come Periodo delle Primavere e degli Autunni, cui fece seguito il Periodo dei Regni Combattenti. Quando ancora gli stati erano divisi, vi era un grande desiderio di mobilità sociale, di “scalare” la piramide per avere un ruolo di primaria importanza all’interno della società, e questo desiderio comportò spesso scelte matrimoniali compiute ad hoc. Nella società dei Chou orientali le donne detenevano uno status inferiore, non avevano il diritto di possedere proprietà privata, cosa che fu – apparentemente – alla base di tanti divorzi forzati.

Durante il periodo delle primavere e degli autunni, le donne della famiglia si dividevano in mogli, concubine e domestiche primarie e secondarie. Tutte servivano sessualmente il marito/padrone tranne le domestiche. Prendere moglie era uno degli aspetti più importanti per un uomo, a maggior ragione per un sovrano una volta ricoperta la carica. In questo periodo, un uomo poteva avere più di una moglie (fino a nove per i sovrani). I matrimoni poligami potevano essere motivati dal desiderio di una sicura progenie, o dal desiderio di aumentare le alleanze politiche: tutte le mogli primarie, infatti, venivano da stati diversi. Se la moglie primaria si dimostrava sterile o la prole aveva una morte prematura, la riproduzione diventava il compito principale delle mogli secondarie. Infine, dopo mogli primarie e secondarie, abbiamo le concubine, che costituivano la terza categorie di consorti dell’élite al potere.

Fidanzamenti e matrimoni comportavano una serie di riti, anche se purtroppo non possediamo una descrizione precisa di ogni singolo rito. Di sicuro al momento del matrimonio, un rappresentante della famiglia della sposa la accompagnava presso la casa del marito, dove avveniva formalmente il “trasferimento”. Dopo un periodo di prova di circa tre mesi, il cavallo sul quale la sposa aveva raggiunto la casa del marito veniva restituito alla sua famiglia natale, apparentemente come segno che la donna era contenta di rimanere col suo coniuge. Due tipi di prestazioni erano associati ai matrimoni tra l’élite dominante, vale a dire doni di fidanzamento e dote. Il primo sembra essere stato presentato dalla parte dello sposo alla famiglia della sposa come parte del rito dell’inchiesta iniziale e al momento del fidanzamento. Poco si sa sui beni che in genere costituivano regali di fidanzamento. Per quanto riguarda la dote invece, a causa del ruolo politico dei matrimoni e dello stesso sistema di proprietà terriera, la terra non fu concessa in dote. Le navi di bronzo, tuttavia, erano doni di notevole valore. A volte anche i servi venivano dati in dote.

Passiamo ora ad esaminare le caratteristiche principali che contraddistinguevano il mondo romano. Anche qui, ovviamente, il matrimonio aveva un valore fondamentale, perché univa non solo due individui, ma anche due famiglie. Solo il matrimonio legale (iustae nuptae) portava alla nascita di figli legittimi, ovvero gli eredi del padre. Le fonti principali per quanto riguardano matrimonio e dote e i vari doni che si scambiavano marito e moglie, sono i libri XXIII e XIV del Digesto. Due aspetti del matrimonio sono discussi con grande interesse dai documenti di legge: il tema del consenso da parte di coloro che sono coinvolti e l’idoneità legale dei partner al matrimonio. Secondo la maggioranza dei giuristi, il rapporto sessuale e la convivenza continuata non erano sufficienti a convalidare un matrimonio e al tempo stesso la loro assenza non implicava necessariamente la cancellazione di un matrimonio contratto.

Di base la legge romana non richiedeva l’esecuzione di alcun rito, religioso o non, per convalidare un matrimonio. Esistevano ovviamente cerimonie legate al fidanzamento e alla celebrazione del matrimonio, ma non rappresentavano una conditio sine qua non. Sembra incredibile, ma le fonti ci illuminano su una situazione alquanto strana: non era neppure fondamentale che il futuro marito fosse presente al proprio matrimonio, che poteva avvenire tramite lettera, purché vi fosse una deductio in domum, dunque l’accompagnamento della sposa nella casa del marito. Per far sì che un matrimonio fosse valido, le ragazze dovevano avere compiuto dodici anni, ma potevano fidanzarsi anche prima. Per quanto riguarda i maschi, non abbiamo certezze ma sembra che avessero più di venti anni e non oltre i trenta – per il primo matrimonio.  

Circa la pratica del fidanzamento, generalmente le trattative partivano dal padre della futura sposa, che si supponeva non fosse in grado di cercare un marito adatto. Seppur alle nostre orecchie scontato, il tema del consenso era essenziale. Sia nell’atto del fidanzamento, sia in quello successivo del matrimonio, ci doveva essere il consenso di tutte le parti coinvolte: lo sposo, la sposa, colui che deteneva la patria potestas (seppur non richiesto, era consigliabile anche il consenso della madre). Per consenso non si intende necessariamente un accordo esplicito, era sufficiente l’assenza di un’obiezione. Nei matrimoni romani era consuetudine che la sposa portasse una dote, che poteva comprendere terreni, denaro e altri beni. Fornire una dote era estremamente importante. Era il padre della sposa a occuparsene – se ancora vivo – oppure la sposa stessa se libera dalla tutela. A volte la dote poteva anche provenire da una “colletta” tra amici benevoli esterni alla famiglia, a dimostrazione di quanto fosse importante. Durante il matrimonio, la dote apparteneva unicamente al marito, che poteva investirla o usare il reddito ricavato da essa come preferiva. Essa aveva lo scopo di compensare le spese di mantenimento della moglie, gli “oneri” del matrimonio.

Tra le pratiche e le usanze che portano al matrimonio nella Cina della Primavera e degli Autunni e nella Roma repubblicana e primo-imperiale ci sono notevoli similitudini, ma al tempo stesso anche aspetti che li distinguono. La differenza più macroscopica è forse la poligamia, che vigeva in Cina ma che a Roma non era possibile e non sarebbe nemmeno stata tollerata. A maggior ragione se questa poligamia comportava una sorta di gerarchia tra le mogli, con primarie e secondarie, e concubine a parte. Proprio loro, peraltro, a Roma non avrebbero mai potuto generare figli che, in qualunque caso, avrebbero ricoperto un ruolo nella società: sarebbero sempre stati illegittimi. E non è sufficiente motivare la poligamia con il desiderio di una sicura progenie o di maggiori e più stabili alleanze politiche: l’obiettivo era comune anche a Roma, ma il modus operandi e la strada percorsa erano ben diversi.

Per quanto riguarda la dote, il momento del fidanzamento e poi il vero e proprio atto del matrimonio, un elemento in comune è il trasferimento della donna nella casa del marito, una trasferimento senza il quale il matrimonio non veniva considerato valido. Ma anche qui cominciano le differenze, perché in Cina a volte una donna poteva portare all’altare un’altra donna, non in dote, ma come garanzia – a titolo oneroso – del fatto che l’uomo che stava per diventare suo marito avrebbe avuto dei figli, in qualunque modo. A Roma una situazione del genere sarebbe stata a dir poco umiliante e comunque contro le leges vigenti. E per quanto riguarda strettamente la dote, a Roma le terre erano una delle doti più ambite, mentre abbiamo visto che in Cina non era usuale portarle in dote al futuro marito.

Federico Borsari

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