Che musica ascoltavano gli antichi Greci?

Che musica ascoltavano gli antichi Greci?

Che musica ascoltavano gli antichi Greci?

Genesi ed evoluzione della musica greca 

La storia della musica vanta origini antichissime. Per trovare le prime tracce dobbiamo riavvolgere la bussola del tempo ad oltre 55 mila anni fa; già i paleolitici, infatti, erano in grado di creare strumenti musicali con ossa, pietre o altri materiali – dato testimoniatoci dall’archeologia – e di riprodurre certi suoni. Nondimeno, l’odierno sistema alla base della teoria musicale occidentale, per intenderci quello con le scale e gli intervalli di toni e semitoni, deve la sua genesi proprio a loro, agli antichi Greci. 

Nella penisola ellenica la musica ha sempre rivestito un ruolo preminente, impiegata sia a scopo ludico durante simposi e banchetti, sia a scopo sacrale nei rituali religiosi, e costituiva un vero e proprio mestiere per chi la praticava. Nell’età classica divenne oggetto di interessanti dibattiti filosofici; per Platone (circa 428-348 a.C.) si trattava di una disciplina che doveva necessariamente essere insegnata ai giovani, perché capace di arricchire enormemente l’animo umano. Numerosi e antichi sono i miti che la riguardano: il dio Apollo era il nume tutelare della musica, nonché di altre discipline quali la poesia, la filosofia, la matematica, la medicina e la scienza, alcune delle quali erano strettamente legate alla prima. L’invenzione dell’aulòs e della tromba si deve alla dea Atena, mentre quella della lira al dio Ermes, che ne ricavò il primo esemplare dal guscio di una tartaruga. Orfeo fu il più famoso musicista mai esistito; si narra che fosse così bravo a suonare il flauto da riuscire nell’arduo compito di trarre in salvo la sua bella sposa Euridice dall’Oltretomba ammansendo tutte le terribili creature che abitavano il Tartaro col dolce suono della sua musica.  

Tra periodo arcaico e periodo classico la musica greca ha subìto una notevole evoluzione. Dal suo stretto legame con la magia e le pratiche incantatorie, essa passò a costituire un binomio fortissimo con il teatro, soprattutto quello tragico, per mezzo dell’invenzione del coro. Eppure, non bisogna dimenticare quanto la musica sia debitrice nei confronti della poesia, la cui metrica, caratterizzata dalla successione di sillabe brevi e lunghe, finì per generare il ritmo, ovvero l’alternanza di tempi forti e tempi deboli. Tra gli strumenti più famosi e diffusi nella penisola ellenica meritano una menzione particolare il già citato aulòs, uno strumento a fiato ad ancia (molto simile ad un oboe) ideato dalla dea Atena, che secondo il mito, subito dopo averlo inventato, lo avrebbe gettato via perché suonarlo la costringeva ad assumere buffe espressioni con il viso, suscitando l’ilarità e lo scherzo da parte degli altri dèi dell’Olimpo. Poi c’era la cetra, spesso impiegata per accompagnare il canto delle gesta degli eroi, come ci narra il celebre Omero nel famoso brano dell’Iliade che ritrae l’eroe Achille intento a suonarla nella sua tenda: 

Mossero dunque lungo la riva del mare urlante, molte preghiere volgendo a Ennosígeo, re della terra,
che facilmente potessero persuadere il cuor dell’Eacide. E giunsero alle tende e alle navi dei Mirmídoni, e lo trovarono che con la cetra sonora si dilettava, bella, ornata; e sopra v’era un ponte d’argento. Questa, distrutta la città di Eezíone, tra il bottino si scelse; si dilettava con essa, cantava glorie d’eroi. Patroclo solo, in silenzio, gli sedeva di faccia, spiando l’Eacide, quando smettesse il canto.

(Omero, Iliade, vv. 181-192, IX libro. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

Di grande importanza è anche la lira, invenzione di Ermes. Questo strumento, simile alla cetra, veniva suonato pizzicandone le corde. Seguono il flauto di Pan, ideato dall’omonimo dio e costituito da sette canne disposte una vicino all’altra, la tromba e alcuni strumenti a percussione, come tamburi e cimbali.

La notazione greca nacque nel IV secolo a.C.; alla base del sistema musicale ellenico c’era il tetracordo formato da quattro suoni discendenti comprendenti due toni fissi e un semitono mobile. L’unione di due tetracordi dava vita ad un’armonia, che in base alla posizione del semitono poteva essere dorica (semitono in terza posizione), frigia (semitono in seconda posizione) o lidia (semitono in prima posizione). Purtroppo, non si sono conservati numerosi reperti musicali risalenti all’antica Grecia, ma tra i pochi resti ce n’è uno che sicuramente ci sorprende per la sua rarità e per il suo contenuto, l’Epitaffio di Sicilo. La stele, rinvenuta nella cittadina di Aydin in Anatolia nel 1883, risale al II secolo a.C. o I secolo d.C. e può essere ritenuta a ragione la più antica testimonianza di un brano musicale completo. Come ci suggerisce il nome (epitaffio dal greco ἐπί «sopra» e τάϕος «tomba»), si tratta di un documento iscritto su una stele funeraria a forma di colonna, di marmo. È composto da dodici righe di testo, articolate in tre parti: epigramma, melodia e dedica finale. Nello specifico, il brano musicale, che è formato da un carme di quattro versi – estremamente moderni nei contenuti! – disposti su sei righe, recita così:  

«Finché vivi, mostrati al mondo,

non affliggerti per niente:

la vita dura poco.

Il tempo esige infine il suo tributo.»

La canzone richiama il tema della caducità della vita e della necessità di godersi il più possibile il tempo che gli dèi concedono agli esseri umani. Inoltre, la melodia è costruita sulla base della scala ionica, che attribuisce ad ogni lettera greca un valore differente. 

Se traducessimo questa sequenza nella forma musicale moderna, assumerebbe all’incirca questa forma:

Grazie al lavoro di appassionati ed esperti, oggi è possibile ascoltare un’ipotesi di ricostruzione della melodia di questa vetusta canzone, di cui riporto di seguito il link per chiunque avesse piacere o curiosità di ascoltarla:

https://www.youtube.com/watch?v=ThwqvrTg4MQ&feature=youtu.be

Per quanto concerne il canto solista, invece, esso iniziò a muovere i primi passi solo verso la fine del periodo arcaico (circa VI sec. a.C). Le modalità di esecuzione canora erano varie, ma la più diffusa era senz’altro costituita dalla lirica corale, impiegata in special modo nelle celebrazioni in onore degli dèi. Il canto corale per il dio Apollo si chiama peana, mentre quello per il dio Dioniso era il ditirambo, estremamente eterogenei tra loro. C’erano poi l’imeneo, il canto nuziale, il threnos, quello funebre, e molti altri.

In una cultura a carattere prevalentemente orale, come lo era quella greca, non bisogna dimenticare la fondamentale importanza rivestita da aedi e rapsodi. È a questi cantori professionisti che si deve la trasmissione delle opere antiche, messe per iscritto solamente in un secondo tempo. Questi artisti non disponevano di alcun testo, bensì realizzavano le loro performance facendo affidamento unicamente sulla memoria. Naturalmente, il linguaggio impiegato era ricco di ripetizioni, versi formulari, topoi e altri schemi fissi che dovevano servire ad agevolare l’enorme sforzo mnemonico, ma questo non deve sminuire affatto la loro maestria e il loro duro lavoro, che rimangono una certezza inconfutabile. Tra i componimenti più spesso selezionati per le loro esibizioni rientrano senza ombra di dubbio i poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, che devono la loro derivazione proprio dall’epica tramandata oralmente.

Giulia Nanni

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