Dozza e la sua Rocca. Alla scoperta del borgo medievale

Dozza e la sua Rocca. Alla scoperta del borgo medievale

Dozza e la sua Rocca

Alla scoperta del borgo medievale

Genesi del nome 

Le origini di Dozza, il cui nome – anticamente Ducia o Dutia – è mutato poi nella forma dialettale locale ‘Dòza’, risalgono ad epoca remota. Il borgo trae la sua denominazione dal tema dell’acqua: menzionata come Ducia nel Chartularium Imolense già nel 1147, l’etimologia della parola deriverebbe dal vocabolo latino altomedievale doccia. Molto probabilmente, la scelta di questo nome aveva come obiettivo quello di indicare la presenza sul luogo di un condotto o canale destinato a far confluire l’acqua, sempre scarsa nel passato, in una vasca o cisterna a beneficio delle popolazioni di quelle contrade. L’ipotesi degli storici non è priva di fondamento, dal momento che non lontano da Dozza sono stati rinvenuti i resti di un antico acquedotto proveniente da Montecatone. Inoltre, un’ulteriore conferma di questo prezioso legame si scorge nello stemma della comunità dozzese, che racchiude un grifo lionato e rampante mentre beve da una gronda. 

Attualmente, nel centro storico del borgo si vedono numerosi pozzi per la captazione dell’acqua e si trovano anche alcune cisterne sotterranee (non più funzionanti) capienti e di antica origine. Oltre a quelle più note, ubicate nel cortile principale della Rocca, nella piazzetta Montmatre e in piazza Zotti, recenti indagini archeologiche eseguite all’interno del fossato hanno permesso di scoprire una struttura databile intorno al XV e XVI secolo. Si tratta di una cisterna con due aperture superiori, che ingloba nella parte centrale un profondo pozzo circolare. Esso emerge in superficie in corrispondenza di un piccolo edificio in muratura, impiegato un tempo per attingere l’acqua. La caratteristica comune a tutte queste strutture idrauliche è l’alta profondità raggiunta, necessaria in passato per superare la natura geologica del colle, che impediva lo scorrimento di falde acquifere più in superficie.

  

Profilo storico

Abitato fin dall’età del Bronzo, nel corso dei secoli successivi il sito fu assoggettato prima dai Galli, poi dai Romani. Probabilmente il primo insediamento deve essere identificato topograficamente in quel vicus Calancus di epoca romana, che nel 1086 fu cinto di mura e munito di una torre dai Bolognesi sull’unica entrata del borgo, dando così origine all’attuale abitato.

La più antica notizia documentata risale al 1126, quando lo storico imolese Ferri menziona per la prima volta il castrum Dutie. Stando ad alcuni atti rinvenuti intorno alla metà del XII secolo la località venne confermata alla Chiesa imolese, arrivando ad ospitare a più riprese il vescovo e i canonici della cattedrale di Imola dopo la distruzione del castello di San Cassiano, operata dai Bolognesi nel 1151. Successivamente, Dozza diventò un libero e fiero comune rurale. Nel 1177, durante la fase più acuta della lotta dei comuni italiani contro l’imperatore Federico Barbarossa, gli uomini dozzesi insieme a quelli del castello di San Cassiano e ai Bolognesi aderirono alla Lega Lombarda contro Federico I, mentre Imola, di fazione ghibellina, ne rimase inizialmente estranea. La critica situazione politica che venne a crearsi in questo settore di confine fra Bologna e la Romagna non risparmiò il castrum Dutie, che nel 1181 prese partito alleandosi con i Bolognesi e i Faentini contro gli Imolesi.

Nel corso di questi eventi, Dozza appoggiò prima un contendente, poi l’altro, finché nel 1198 la guelfa Bologna non riuscì a impadronirsi del castello, provocando l’esodo di alcuni Dozzesi di fazione ghibellina, che chiesero e ottennero dal comune di Imola un tratto della via Gambellara perché vi potessero costruire case con tutti i diritti di cittadini imolesi. L’atto risale al 3 giugno 1209 ed è stato redatto in Ecclesia S. Laurentii civitatis Ymole (“nella chiesa di San Lorenzo a Imola”). Vengono inoltre ricordate ventitré persone omnes de Ducia (“tutte di Dozza”), investite dal giudice di Imola de uno casamento iacente in Gambellariam in civitate Ymole (“di un edificio vicino a via Gambellaria nella città di Imola”). Dopo sette secoli, il luogo occupato dalla colonia dozzese conserva ancora il nome di via delle case di Dozza.

Tornata in seguito sotto il controllo imolese, nel 1209 Dozza attraversò uno dei momenti più drammatici della sua storia a causa delle devastazioni e dell’incendio subiti per mano delle schiere al seguito di Ottone IV di Sassonia, che in quegli anni si stava recando a Roma per l’incoronazione imperiale. Ricostruito il castello nel 1220 per iniziativa di Giovanni di Brienne, re titolare di Gerusalemme e legato papale in Romagna, due anni più tardi esso fu riconquistato dai Bolognesi in virtù della sua importanza strategica.

Per il resto del XIII secolo Dozza risentì ancora delle conseguenze dei continui scontri tra Bologna e Imola e, inoltre, nel 1260 fu teatro di una violenta pestilenza, che secondo i cronisti imolesi mieté 250 persone in soli cinque mesi. Verso la fine del secolo, nello specifico nel 1292, Alidosio Alidosi strappò queste terre ai Bolognesi e le assoggettò a Imola, di cui fu proclamato signore, ma il suo potere non durò a lungo. Finalmente, nel 1299 l’orizzonte politico sembrò rischiararsi con la pace firmata tra i guelfi bolognesi e i ghibellini romagnoli il 29 aprile a Monte del Re (di questo accordo resta una memoria nella sagrestia del luogo).

Tuttavia, si trattò solamente di una breve tregua, poiché negli anni successivi Dozza e il suo comprensorio vissero nuovamente cruente lotte di parte, che nel 1310 portarono ancora una volta al potere i Bolognesi. Questi ultimi su iniziativa del commissario di guerra Romeo Pepoli, avvalendosi dell’opera dei muratori Arpino di Cantagallo e Bernardo di Montecatone, provvidero a fare di Dozza un ben munito baluardo contro le mire espansionistiche di Imola e della Romagna in generale. In tale occasione la Rocca fu fortificata e presidiata, perché alla luce della sua posizione strategica sopra la via Emila – che permetteva di sorvegliare le mosse dei nemici – proprio a Dozza essi vollero costruirsi un forte punto d’appoggio. In memoria di questo evento ancora oggi uno dei torrioni principali conserva il nome di “torre dei Bolognesi”.

Dopo alterne vicende, nel 1361 Dozza venne sottomessa dalla Chiesa nella persona del celebre cardinale spagnolo Egidio Albornoz, legato papale sceso in Italia per spazzare via dallo Stato ecclesiastico tutti i riottosi signorotti che vi erano fioriti nella prima metà del XIV secolo. All’inizio del Quattrocento la località risultava ancora gravitare nell’orbita politica bolognese, ma nel 1401 la Rocca di Dozza venne espugnata da Alberico da Barbiano, capitano di ventura già al servizio di Giovanni I Bentivoglio. Tornata di lì a poco sotto il controllo papale, nel 1410 il borgo venne ceduto dall’antipapa Giovanni XXIII agli Alidosi di Imola, pervenendo in seguito a Guidantonio Manfredi nel 1441.

Infine, Dozza tornò in campo quando Sisto IV decise di donarla al nipote Girolamo Riario, nominandolo inoltre signore di Imola e Forlì. Dopo la prematura morte di quest’ultimo, ucciso da una congiura ordita dagli Ordelaffi nel 1488, sul panorama dozzese si affacciò una «donna di tempra virile che dominò la scena politica romagnola alla fine del Quattrocento» (Roversi 1983, p. 72), ossia Caterina Sforza, moglie del Riario. Durante il suo governo la Rocca di Dozza fu nuovamente potenziata e arricchita di ottime opere di difesa a cura dell’ingegnere militare Giorgio Marchesi, proprio mentre all’orizzonte si stava manifestando un grave pericolo incarnato da Cesare Borgia. Grazie alle nuove fortificazioni, la Rocca riuscì a resistere oltre un mese agli attacchi del Borgia. Racconta a questo proposito il Bernardi:
Infra queste tenpo tute li sove castelle si erano rese, salve che pure i era alcune dele loro roche che stevano forte: tamen breviter li abe tute, salve che quella de Doze, che l’abine per forcia, et prese al so castelane chiamate Ser Gabrielle dal Picha da Oriole. E qui lui fu menate a cavale a desdose come le ganbe ligate inseme et fu mese nela roca de Imola. Fornite che fu al dite aquiste, sova Signoria ie mese per so governatore uno M. Rabiger da Lorcha spagnole.

Dopo le incursioni militari subite nel 1501 a opera di Giovanni II Bentivoglio, Dozza fu costretta a passare soggetta ad Imola, sotto il dominio della Santa Sede, quando al breve pontificato di Pio III succedette quello del belligero Papa Giulio II. Quest’ultimo, in precedenza, aveva già costretto anche Bologna a cedere le armi. Una svolta decisiva si verificò nel 1529, quando il feudo venne ceduto per quattromila scudi d’oro da papa Clemente VII al Cardinale Lorenzo Campeggi di Bologna, in riconoscenza dei servigi da lui prestati come legato pontificio in Inghilterra e in Germania. Da questo momento in poi, il destino di Dozza e della sua Rocca rimase saldamente nelle mani della nobile famiglia bolognese Campeggi, poi Campeggi-Malvezzi, fino al XIX secolo.

La Rocca di Dozza

La Rocca di Dozza è uno splendido esempio di un complesso che nel corso dei secoli ha subito notevoli cambiamenti e opere di ristrutturazione, finalizzate a soddisfare di volta in volta l’uso che di quell’edificio ne fecero i suoi padroni, che – come abbiamo visto – nel corso del Medioevo non rimasero fissi, bensì variarono al verificarsi di nuovi rivolgimenti politici. Quando è stata fondata la Rocca? La documentazione in nostro possesso non ci permette di stabilire l’anno esatto, ma è altamente probabile che in epoca romana a Dozza sia stata costruita una villa da un civis romanus (“cittadino romano”). Se ciò fosse vero, la successiva trasformazione da dimora privata in castello sarebbe potuta avvenire solamente duramente l’epoca feudale, ossia tra il IX e l’XI secolo (periodo in cui si suole far sorgere i castelli medievali).

La più antica data in cui viene menzionato il castello di Dozza è il 1126, ma senza alcun dubbio la Rocca con la sua chiesa esisteva già da molto prima. Un atto di vendita di quattro tornature di terra lavorativa situata in territorio imolese nella pieve di San Cassiano, redatto l’11 maggio del 1147 a Dozza, riporta l’espressione in curte Ducie. Il termine latino curtis confermerebbe che in epoca romana la località fosse una villa. Da villa a corte e, infine, a castello: sembrerebbe questa l’evoluzione della Rocca di Dozza.

La maggiore peculiarità del complesso risiede nella profonda trasformazione che ha subito nel corso dei secoli: da edificio a scopo prettamente militare e difensivo la Rocca finì per essere convertita in residenza signorile. Tale caratteristica si può avvertire in prima persona lungo il percorso di visita, partendo dal piano terra dove si trovano le cucine, salendo in seguito al piano nobile dove è possibile osservare l’appartamento privato del Cardinale Lorenzo e, infine, entrando nel salone d’onore e nelle sale adiacenti dove si trovano i ritratti di famiglia appesi alle pareti. L’attuale distribuzione degli ambienti principali al pian terreno (cortili, atrio, androne e scale) e l’organizzazione delle stanze al piano superiore sono in gran parte riconducibili alla signoria dei Campeggi, i quali intorno alla metà del Cinquecento fecero apportare notevoli modifiche alla Rocca, trasformandola da fortezza ad abitazione signorile.

Anche se le sue origini risalgono a molti secoli prima, l’aspetto esterno della Rozza è databile al XV secolo, ossia all’epoca sforzesca, quando non solo Dozza, ma quasi tutte le località della regione si munirono di opere di difesa per salvaguardarsi dai pericoli da cui si sentivano minacciate a causa delle aspre contese tra lo Stato della Chiesa e quello dei Riario-Sforza. Pertanto, tutte le fortificazioni risalenti a quel periodo furono pensate per risultare idonee a resistere agli attacchi da un lato delle armi da urto, ancora in uso, dall’altro delle armi da fuoco, che cominciavano ad essere adottate, specialmente durante gli assedi. Dunque, è possibile affermare che dalle classiche torri medievali, erette in gran numero in tutta la penisola in luoghi elevati e munite di muraglia nei luoghi di più facile accesso, si passò in seguito alle rocche, che vennero edificate negli stessi spazi dove già esisteva la muraglia, lasciando, invece, nelle località meno accessibili le sole torri.

Ad eccezione di alcuni modelli originali, in genere le rocche erano formate da un recinto (che poteva essere costituito anche dalla preesistente muraglia a pianta quadrata o rettangolare) con quattro torri ai vertici di forma quadrata o circolare, alle quali talvolta se ne aggiungevano altre sui lati più lunghi del recinto. Al centro, o in un altro punto interno, veniva innalzata la torre principale, denominata “mastio”, che costituiva l’organo principale della fortificazione. Inoltre, i particolari che concorrevano per la difesa erano:
– un fossato, scavato intorno al recinto, che in caso di necessità poteva essere inondato d’acqua.
– una porta, munita di ponte levatoio e saracinesca per stavilire o togliere le comunicazioni tra l’interno e l’esterno.
– un rivellino, situato sulla testata esterna del ponte levatoio per la guardia di vigilanza del ponte stesso.
– la merlatura con archetti sottostanti, le caditoie, i cammini di ronda, le bertesche, le bombardiere, le troniere, i passaggi coperti, le scalette a chiocciola per accedere da un piano all’altro nelle torri e nei sotterranei, ed altri accessori. Per quanto riguarda la difesa interna si accumulavano ostacoli e trabocchetti di ogni genere lungo i passaggi e nei transiti tra le cortine e le torri.

Il perimetro della Rocca è di 530 metri, mentre la forma, sebbene non sia geometricamente ben definita, si può considerare quadrilatera, avente per lati i fronti ML, LN, NP e PM, sui quali si sviluppa l’intera fortificazione. Osservando l’immagine della planimetria della Rocca si può constatare che sui lati PM ed ML, al di là del fossato, si trovano il ponte levatoio e i due torrioni B e C. Sul lato LN si colloca, invece, il mastio A. Infine, sul lato NP corre la cortina a tratti spezzati con i due salienti N e O.

Grazie ai resti conservatisi sul lato frontale della Rocca, è stato possibile ricostruire i torrioni B e C, chiamati rispettivamente “Torresino” e “Torre dei Bolognesi”, che risalgono all’epoca di maggior efficienza della fortezza, nonché il tratto di cortina che li congiunge. Ancora, nell’immagine che mostra in dettaglio la composizione interna delle torri, si possono osservare le scalette a chiocciola, per garantire le comunicazioni tra un piano e l’altro, e il vano V ricavato in grossezza di muro, che fungeva da prigione. Inoltre, secondo alla leggenda, sotto la Rocca

si trovava un percorso sotterraneo che doveva terminare nelle pendici prossime alla Sellustra. Nella merlatura della cinta muraria furono realizzate delle aperture, praticate alternativamente al centro dei merli, che servivano al difensore per spiare le mosse dell’avversario senza essere visto e per lanciare le frecce. Al di sotto, nel piano delle terrazze, vennero ricavati dei fori circolari, rivestiti con dadi di pietra, entro i quali si facevano passare per lo più le bocche delle spingarde (artiglieria leggera) per effettuare il tiro in senso orizzontale. Invece, per impiegare le armi in senso verticale, allo scopo di battere l’avversario ai piedi delle mura, vennero praticate le caditoie in cima agli archetti, sottoposti anch’essi alternativamente, ma in modo tale che ognuna di esse corrispondesse al centro dello spazio vuoto, esistente fra un merlo e l’altro.

Nell’immagine che ricostruisce la struttura complessiva della Rocca, sul lato DE è indicato il mastio A: di tale struttura a pianta quadrata – analogamente ad altre rocche della stessa epoca – oggi non vi è più alcuna traccia. Tuttavia, lo studioso Marinelli, che si è concentrato in particolare su questo elemento, ha spiegato che, dal momento che nel mastio si svolgeva l’azione finale del combattimento, è chiaro che il luogo più adatto per la sua ubicazione risultasse quello più lontano possibile dall’ingresso del fortilizio, in questo caso il lato diametralmente opposto all’ingresso medesimo dove oggi sorge il palazzo del Marchese Malvezzi Campeggi.

Proseguendo verso sud si trova il tratto di fronte NP, che comprende i due salienti N e O inclusi, per poi concludere la passeggiata esterna, tornando all’ingresso del fortilizio. Quest’ultimo era munito di ponte levatoio sistemato a bilico, così da potersi alzare e abbassare per togliere e ristabilire le comunicazioni tra l’interno e l’esterno. Il punto di forza della difesa verteva poi sul fossato, scavato lungo i fronti PM e ML e trattenuto esternamente da un solido parapetto: in caso di pericolo, veniva inondato.

Al contrario, non si è trovata nessuna traccia del rivellino all’inizio del ponte levatoio: forse esso non venne neppure costruito all’epoca «dato che la guardia per la vigilanza dell’ingresso poteva egualmente esercitarsi dagli elementi della difesa rivolti ad est e a sud-est», come sostiene lo studioso Marinelli. Altri particolari che completavano l’organizzazione della Rocca e che sono scomparsi consistevano in aperture speciali praticate nelle mura, per potere impiegare le armi da fuoco già in uso, come bombarde, bombardelle, spingarde, archibusi, schioppi, che indubbiamente fecero parte del munizionamento. Di tale presenza non si ha alcun dubbio, dal momento che una parte di queste armi (schioppi, polvere nera, caricatoi, palle di ferro) fu rinvenuta nel fortilizio stesso nel 1554 e un’altra (bombarde, spade, corazze, maglie di ferro) nella sala maggiore della Rocca, dove furono trasportate.

La Rocca di Dozza subì una radicale trasformazione per volontà dei signori Conti Vincenzo, Annibale e Baldassarre Malvezzi, che incaricarono i Massari della comunità di occuparsi dei lavori, protrattisi fino al 1594, come risulta dai registri spese conservati nell’archivio comunale del paese. Nella fortezza si sono mantenuti come affermazione di dominio e di potenza le due torri frontali, alcuni tratti di cortina, il fossato col suo ponte (non più levatoio, ma fisso). Sopra i ruderi del vecchio fortilizio, in cui in passato era compreso, forse, anche il mastio, si è fatto sorgere il palazzo. Dal confronto delle

immagini della fabbrica si evince chiaramente quali elementi furono abbattuti nel corso di quei restauri: i torrioni vennero coperti dal tetto, i vuoti della merlatura furono trasformati in finestre, il muro di coronamento fu alquanto sopraelevato per formare l’appoggio della copertura. La merlatura fu eliminata, gli archetti conservati, infine il cammino di ronda lungo il fronte NP fu munito di parapetto esterno. Nei torrioni B e C anche i sotterranei e gli altri piani furono adibiti a scopo di abitazione.

Nel torrione B, poco lontano dall’apertura munita d’inferriata, si trova ancora lo stemma in marmo ben conservato dei Malvezzi-Campeggi, che raffigura un cane e una mezza aquila su sfondo d’oro e tre gigli su sfondo azzurro. Invece, al di sotto si può ancora osservare lo stemma di Caterina Sforza murato in arenaria, ma quasi irriconoscibile a causa dell’azione corrosiva del tempo. Il prospetto del palazzo non presenta qualità architettoniche originali, però segue quella linea semplice e severa che ben si addice a tutto ciò che si è conservato del vecchio fortilizio. Tuttavia, la corte con le sue colonne, munite di capitelli finemente lavorati, ed il loggiato soprastante costituiscono complessivamente una pregevole opera d’arte. L’interno dello stesso fabbricato risponde pienamente agli usi di abitazione signorile, sia per l’ampiezza dei locali, sia per la loro disposizione e per la parte decorativa, che in alcuni di essi si conserva ancora in buono stato. Notevole è la sala maggiore, dove si trovano alcuni ritratti delle famiglie Campeggi Malvezzi e la tela, di buona fattura, di Papa Clemente VII attribuita a Sebastiano del Piombo, nonché alcuni oggetti guerreschi. Fino al 1960 la Rocca funse da sede di residenza delle nobili famiglie bolognesi Campeggi Malvezzi. Da quell’anno, la proprietà fu trasferita al Comune di Dozza, che la destinò ad attuale casa-museo aperta al pubblico.

 

Il Borgo

Il centro storico di Dozza, dotato della caratteristica forma a fuso, è posto sul crinale di una collina che domina la valle del torrente Sellustra e digrada dolcemente verso la via Emilia. L’integrità dell’originale tessuto edilizio medievale è rimasta salvaguardata e la stretta simbiosi tra l’imponente Rocca al culmine del borgo e l’insediamento residenziale sottostante, che segue il tracciato delle antiche mura, comunicano immediatamente l’armonia tra natura e intervento dell’uomo.

 

Nel X secolo il borgo di Dozza aveva già il Palazzo Pretorio, la Chiesa, le abitazioni dei fittavoli, la fucina del fabbro e la bottega del falegname. Ancor oggi esso è percorso da due strade parallele, che partono dal portale d’ingresso per terminare nello spiazzo antistante la Rocca. Si accede al borgo tramite una porta ad arco edificata nel 1614, anno in cui venne costruita anche la strada del Calanco in sostituzione di quella antichissima che collegava il castello alla via Emilia e attraversava il torrente Sellustra. Di conseguenza, l’originale ponte levatoio venne sostituito da uno in muratura. In questo modo, una nuova entrata più ampia sostituiva l’antico ingresso al borgo medievale. Segue poi la porta della rocca, eseguita nel 1250 dai Bolognesi a difesa dell’entrata, con la torre quadrata.

Nel corso dei secoli fino alla signoria di Caterina Sforza il primitivo assetto del borgo medievale e della cinta muraria ha subito continue variazioni e migliorie. Si sono conservati integri fino ad oggi tratti delle mura e alcuni bastioni fra le costruzioni, e la struttura antica è rimasta pressoché intatta nell’andamento longitudinale delle strade: via XX Settembre e via De Amicis, anticamente chiamate Contragrande e Contracina. La Contragrande conserva ancora l’acciottolato di un tempo ed i bassi porticati su cui si affacciano case piccole e variopinte. La terza strada è Vicolo Lorenzo Campeggi, il Contradino, che nasce da via XX Settembre e, costeggiando le mura del versante ovest, sbuca nel piazzale antistante la Rocca. Qui un belvedere si apre sulla Valsellustra fino a Montecatone. Dell’originale Palazzo Pretorio non rimane che una loggia del Cinquecento. Il prezioso e integro Archivio storico del Comune, contenente documenti e pergamene che risalgono al X secolo, è conservato in alcuni locali del pianterreno.

 

La Chiesa di Dozza

Nel castello vi era una chiesa di antichissima origine, dedicata a Santa Maria Assunta, che nelle memorie è ricordata come Santa Maria Assunta in Piscina. Il nome, come si può notare, è sempre legato al tema dell’acqua.

A causa della scarsità di informazioni raccolte finora, non è ancora possibile affermare con certezza in quale anno la chiesa sia stata costruita. Seguendo la congettura dell’origine romana della Rocca, è altresì probabile che il privato cittadino romano che costruì a Dozza la sua villa vi abbia innalzato poco tempo dopo una cappella. Quando? Il periodo più plausibile oscilla tra il V e il VI/VII secolo, perché proprio in quel lasso temporale si suole far nascere generalmente le pievi. Se questa ipotesi fosse vera, la chiesa di Dozza sarebbe sorta prima dell’anno mille.

L’antichità insita in questo edificio sacro è testimoniata anche da alcuni reperti archeologici ancora visibili al suo interno. Infatti, varcata la porta sacra e attraversata la navata, ogni viaggiatore ha l’occasione di ammirare:
– un capitello romanico in marmo a forma di tronco di piramide rovesciata;
– una lunetta semicircolare in arenaria dura con al centro la Madonna che regge sulle ginocchia Gesù Bambino benedicente e ai lati altre figure;
– un capitello per lesena in macigno con decorazione a foglia d’acanto a bassissimo rilievo;
– un avanzo dell’antico portale.

Tutti questi elementi, a giudizio degli esperti, contribuivano a formare un edificio ecclesiastico di epoca romanico-bizantina risalente al secolo XI, che molto probabilmente consisteva nell’antica chiesa di Santa Maria in Dozza. «Se consideriamo tutto ciò e lo poniamo in relazione con quanto disse il visitatore apostolico Mons. Marchesini, nella sua Visita alla Chiesa Prepositurale di Dozza, nel 1574 – specialmente riguardo alla porta principale della Chiesa – ci sembra di dover ritenere che la lunetta circolare stava sotto l’arco della porta della primitiva chiesa romanico-bizantina di Dozza. E sembrerebbe potersi dedurre che questa chiesa esisteva anche prima del secolo XI» (Mazzotti 1956, p. 13). Inoltre, è opportuno sottolineare il profondo valore che questa chiesa ha rivestito nella storia della diocesi di Imola. Essa, infatti, fu sede temporanea del Vescovo e del Capitolo della chiesa imolese (come dimostrano alcuni atti notarili redatti nella canonica della chiesa stessa), pertanto non poteva di certo essere una parrocchia di secondo ordine.

Un atto notarile redatto a Dozza nel novembre del 1149 fa emergere la notizia che in quel tempo nella chiesa dozzese vi abitavano dei sacerdoti. Tale atto ha per oggetto un’investitura o la concessione di una tornatura e due pertiche di terra. Questo terreno viene concesso “dai sacerdoti della Chiesa di Santa Maria del Castello di Dozza” per 69 anni a un tale di nome Temperato dell’ospedale di San Giorgio e a sua moglie Gualdrada. Il testo riporta: Ugo sacerdos atque presbiter Girardus venerabiles sacerdotes ecclesie S. Marie castri Ducie cum consensu fratrum nostrorum… “Il sacerdote Ugo e il presbitero Girardo, sacerdoti venerabili, nella Chieda di Santa Maria del Castello di Dozza con il consenso dei nostri fratelli…”. Quando fu redatto questo contratto di enfiteusi, i sacerdoti della chiesa di Dozza erano numerosi, vivevano in comunità e i loro beni venivano amministrati collettivamente col consenso di tutti (cum consensu fratrum nostrorum).

Un altro atto notarile, compilato a Dozza il 23 aprile del 1151, contiene un’altra interessante informazione. Registra infatti di essere stato redatto in claustro S. Marie castri Ducie. Il termine latino claustrum (“chiostro”) al posto del consueto ‘canonica’, che si legge in altre carte, conferma che nella chiesa di Dozza vi era una comunità di sacerdoti che convivevano assieme come i religiosi di un convento. Tutti questi indizi sembrano confermare l’ipotesi iniziale, ossia che la chiesa di Dozza abbia l’antichità di una pieve, perché proprio nelle pievi dell’Italia settentrionale nei primi secoli della loro esistenza vi erano dei collegi di sacerdoti che vivevano in comunità ed erano sottoposti all’autorità di un arciprete.

Nel 1350 le cure di questa parrocchia furono affidate ai religiosi dell’Ordine degli Umiliati. Per quanto concerne la sua origine, gli storici antichi hanno sostenuto l’ipotesi che l’Ordine sia sorto nella prima metà dell’XI secolo, invece quelli moderni affermano che esso «nacque solamente nella terza parte del secolo XII, a partire cioè dall’anno 1170» (De Stefano 1906, p. 851). Gli Umiliati si erano stabiliti a Bologna fin dal 1218, dove col permesso del vescovo e del magistrato avevano fondato il convento dei Santi Giacomo e Filippo fuori porta San Vitale presso il fiume Savena. Questo convento inviò una colonia a Dozza, dove già nel 1350 era presente una casa degli Umiliati. A questi ultimi il popolo di Dozza volle affidare la cura della propria parrocchia, come si evince dall’atto di cessione del 19 maggio di quello stesso anno (presentacio rectoris in Ecclesia Sancte Marie castri ducie ac etiam plenum ius patronatus). Il vescovo di Imola ed il Capitolo acconsentirono. Nella chiesa di Dozza è rimasta un’iscrizione incisa nella pietra, databile al 1490, che lascia una traccia tangibile dell’Ordine degli Umiliati:

OPUS HOC FIERI FRATER ANTONIUS | DE CARDANIO PRAEPOSITUS HUIUS ECCLESIAE | ORDINIS HUMILIATORUM. MCCCCLXXXX

Dopo un’attenta analisi dei dati e delle recenti scoperte, il Mazzotti si è detto convinto che l’attuale chiesa di Santa Maria Assunta in Dozza sia il risultato dell’iniziativa edilizia del praepositus fra’ Antonio De Cardano dell’Ordine degli Umiliati, il quale realizzò quest’opera monumentale tra il 1480 e il 1490 circa. Già gli autori imolesi avevano sottolineato come, per impulso di costui, la chiesa avesse subito una notevole trasformazione. Le altre considerazioni, su cui il Mazzotti ha posto le fondamenta per la sua ipotesi, risiedono nel fatto che durante il periodo in cui fu compiuto il grandioso restauro alla Chiesa da parte di Don Paolo Pifferi negli anni 1942-1945 sono emersi importantissimi elementi, che forniscono quasi la certezza del momento in cui questa chiesa fu ricostruita. Durante i lavori di restauro, infatti, è venuta alla luce una data, l’11 aprile 1485, incisa sopra ai capitelli delle due lesene del motivo architettonico della cappella laterale a destra del presbiterio, così espressa:

[DI]E XI APRILIS – MCCCCLXXXV
“Nel giorno 11 aprile del 1485”

Questa indicazione temporale rivelerebbe l’anno esatto in cui fu eseguito il lavoro e in cui fu costruita la cappella, la quale indubbiamente fu fabbricata quando venne innalzato il presbiterio.
Durante il restauro di fine Novecento è emersa anche una parte d’iscrizione incisa nell’arenaria del fregio che costituisce la trabeazione sopra il presbiterio a cornu Evangelii dell’altare maggiore. Questa iscrizione mutila recita:

DEO: MAXIMO: MAGNAE: DEI: MARIAE: MATRI…SACR TEPLV… FRATER: ANTONIUS DE CARDANO: SACRI: ORDINIS: HUMULIA…

“Questo sacro tempio dedicato alla Grande Madre di Dio Maria [lo innalzò] Fra’ Antonio De Cardano dell’Ordine degli Umiliati”.

Tale iscrizione, unita a quella sopramenzionata – nella quale si annota che il praepositus fra’ Antonio De Cardano fece realizzare una data opera nel 1490 – e considerata alla luce della data dell’11 aprile 1485, scoperta in cima alle due lesene, costituisce una prova sufficiente per confermare che la costruzione del presbiterio e delle sue due cappelle laterali avvenne al tempo del prevosto fra’ Antonio De Cardano degli Umiliati, ossia tra il 1480 e il 1490.

Giulia Nanni

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