#BLACKLIVESMATTER: George Floyd e il movimento per la lotta dei diritti

#BLACKLIVESMATTER: George Floyd e il movimento per la lotta dei diritti

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George Floyd e il movimento per la lotta dei diritti

25 maggio, ore 20.28. George Floyd viene dichiarato morto all’Hennepin County Medical Center di Minneapolis. Nelle ultime settimane la sua vicenda ha fatto il giro del mondo, al punto che è davvero difficile trovare qualcuno non la conosca. La fine di quest’uomo è tanto nota quanto assurda. Dopo aver acquistato un pacchetto di sigarette in un negozio, è stato accusato dal commesso di aver utilizzato una banconota contraffatta. Il 911, chiamato dai negozianti, è intervenuto appena pochi minuti dopo, con l’agente Lane che ha intimato Floyd a mettere le mani sul volante, puntandogli contro la pistola, scena registrata da un altro guidatore. Il tragico epilogo, oramai noto, vede Floyd a terra, con l’agente Derek Chauvin che lo trattiene con il ginocchio sul collo per oltre 8 minuti.

La sua morte ha costituito al contempo la fine di un essere umano e il principio di una serie di manifestazioni e proteste, che ha sbattuto sulle prime pagine di tutti i giornali il movimento “Black Lives Matter”. Fondato nel luglio 2013, a seguito dell’assoluzione dello statunitense George Zimmerman, uomo che l’anno precedente aveva sparato al diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, uccidendolo, si tratta di un movimento internazionale che lotta contro il razzismo a tutti i livelli, protestando non solo contro i crimini che ogni giorno vengono commessi nei confronti degli afroamericani negli USA, ma anche contro l’abuso di potere perpetrato dalla polizia e la disuguaglianza razziale che vige oltreoceano.

In un primo momento, le manifestazioni sono state per lo più pacifiche, con lunghi cortei di persone scese per le strade a protestare. In seguito, invece, sono sorti in diverse occasioni duri scontri, sorti da entrambe le parti, che hanno portato a violenza, caos e distruzione di negozi e di mezzi. Tale situazione perdura ancora oggi e ci si interroga seriamente su quale direzione prenderà il movimento nelle prossime settimane. Come noto, la condizione attuale negli Stati Uniti è peraltro aggravata da un coronavirus che non accenna a dare alcuna tregua. Tutti gli Stati americani registrano un altissimo numero di contagiati, in particolare la città di New York, che spicca per i suoi oltre 400.000 casi positivi; inoltre, nella Federazione sono già stati certificati quasi 120.000 morti. 

Anche nel resto del mondo sono nate manifestazioni spontanee a sostegno del Movimento, come in Italia che nelle scorse settimane è stata teatro di incontri di piazza per supportare la causa. Uno dei temi più caldi legati alle manifestazioni, per lo più negli USA ma anche in Inghilterra, è la “furia iconoclasta” che si è scatenata nei confronti di quelle statue intitolate a individui che, dal nostro punto di vista ‒ quello di cittadini del 2020 ‒, difficilmente potrebbero essere scagionati per le loro azioni. Tra questi rientrano personaggi come Edward Colston, da un lato filantropo e politico britannico del XVIII secolo, dall’altro responsabile della deportazione di quasi 80.000 africani dalle loro terre native per essere venduti e sfruttati come schiavi negli Stati Uniti; nella città britannica di Bristol la sua statua è stata tirata giù qualche giorno fa nel corso di una protesta. Un altro è Nathan Bedford Forrest, primo “Grande Stregone” del Ku Klux Klan, celebre organizzazione razzista americana, alla cui persona sono intitolate diverse statue disseminate in tutto il territorio degli Stati Uniti. Tra i nomi più celebri emergono anche quelli di Cristoforo Colombo, lo scopritore dell’America, o di Indro Montanelli, un giornalista ‒ fascista dichiarato ‒ accusato in particolare di aver stuprato una bambina abissina di 12 anni dopo averla acquistata dalla famiglia di origine nel 1936. Nel nostro paese è in corso un dibattito piuttosto acceso sulla sua persona che, in vita, non negò questo contatto, parlando di “matrimonio secondo le usanze locali”. Da un nutrito gruppo di manifestanti è stata richiesta la rimozione del suo monumento a Milano, oggetto peraltro di vandalismo (è stato imbrattato con della vernice rossa).

L’iconoclastia è un atteggiamento esistente da centinaia di anni (fin dall’VIII secolo), avente come bersagli principali i monumenti e le rappresentazioni della religione “avversa” rispetto a coloro che si danno alla loro distruzione. Sull’argomento ci si sta dividendo: gli uni ritengono che la storia non si possa cancellare e che, per questo motivo, sia del tutto inutile abbattere statue e monumenti di persone dai cui errori si dovrebbe invece imparare per non commetterli nuovamente. Invece, gli altri reputano la distruzione di queste opere come parte stessa della storia, che ha sempre avuto, insita in sé, una fetta importante di violenza.

A tal proposito, ci siamo dimenticati della damnatio memoriae perpetrata nei confronti di numerosissimi personaggi celebri da parte dei loro detrattori? Anche quella, ormai, è storia. Anzi, a dirla tutta, per gli appassionati e gli studiosi della materia (come noi!) il tentativo di cancellazione di una statua o di un’epigrafe è una preziosissima fonte di informazioni. Con questo non intendiamo sostenere che l’iconoclastia sia un comportamento giusto o sbagliato, ma fa parte della storia, antica o recente. Quel che è assolutamente certo, però, è che condanniamo fermamente ogni forma di razzismo e che siamo promotori dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Sogniamo un mondo in cui le persone siano trattate con equità, senza distinzione di sesso, di etnia, di lingua, di orientamento sessuale, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione. Di sicuro ciò che sta succedendo servirà ad alimentare il dibattito sull’argomento e parlarne aiuterà, forse, a sbloccare e accelerare questo processo.

Federico Borsari

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