Monuments Men. Gli eroi che salvarono l’arte dalle brame di Hitler

Monuments Men. Gli eroi che salvarono l’arte dalle brame di Hitler

Monuments Men

Gli eroi che salvarono l’arte dalle brame di Hitler

Quando si parla di Seconda Guerra Mondiale, una delle immagini che ricorre più spesso nelle nostre menti è quella di un Hitler dal volto perennemente corrucciato e serioso, sempre intento a impartire ordini o ad adirarsi in maniera teatrale con i suoi sottoposti, come ci ricorda la scena più famosa del film La caduta, magistralmente interpretata da un impeccabile Bruno Ganz. Tuttavia, il Führer, dietro a quel volto così duro ne nascondeva un altro, specchio della sua grande passione per l’arte che nutriva fin dalla giovinezza.

Prima di intraprendere la strada di dittatore e di lanciarsi nel sogno di conquistare il mondo e nel contempo di epurarlo da quelle che per lui erano impurità umane, il suo desiderio più grande era quello di diventare un artista. Nel 1907 però gli arrivò netto il rifiuto all’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna, cosa che lo gettò totalmente nello sconforto. Intraprese dunque una vita raminga da disegnatore di cartoline e pittore per corniciai, senza mai dare prova di un vero talento. Arrivò a realizzare migliaia di opere, molte delle quali finirono in seguito nelle innumerevoli collezioni private dei nazisti devoti. Molte altre furono agognate come souvenirs dagli alleati al finire della guerra e vendute all’asta per milioni di dollari.

Già nel mondo delle arti Hitler espresse una marcata predilezione per un’iconografia che richiamasse il popolo (Volk), la patria (Heimat), la purezza della “razza” e le tradizioni di battaglia germaniche. Di fianco a questi aspetti più prettamente inerenti all’arte, coesistevano l’odio per Vienna, che l’aveva ingiustamente (secondo lui) respinto, come scrive chiaramente nel Mein Kampf, e l’odio per coloro che non apprezzavano il suo talento, che portarono Hitler a delineare la sua visione del mondo colma di disprezzo. Con un forte risentimento alle spalle e una cocente delusione per una carriera mancata, Hitler divenne cancelliere della Germania, senza però mai abbandonare la sua grande passione per l’arte.

Tra i suoi progetti di conquista e di realizzazione di un impero ariano, figurava un piano ben congeniato con il suo architetto personale Albert Speer per ricostruire Berlino. Così come Nerone nel 64 d.C. aveva pianificato di edificare la maestosa Domus Aurea sulle rovine di una Roma andata in fiamme, così il Führer nutriva il sogno di rendere grandiosa la sua Berlino sullo splendido modello dell’Urbe, che egli stesso ebbe modo di ammirare. Nel 1938 infatti Hitler si era recato a Roma per incontrare l’alleato Mussolini e in quella occasione era rimasto estasiato dalla magnificenza dell’architettura monumentale della capitale. Lo stesso abbaglio lo aveva colto durante la visita a Firenze, culla del Rinascimento e cuore pulsante di arte e cultura. Di fronte ai capolavori conservati al Museo degli Uffizi si era commosso, aveva provato una sorta di sindrome di Stendhal e aveva capito che avrebbe dovuto costruire anche lui un tempio della bellezza nella città di Linz. Essa sarebbe stata interamente rimodellata sull’esempio di Firenze e avrebbe ospitato il più imponente e spettacolare museo del mondo, il Führermuseum. Per poter realizzare questo ambizioso progetto avrebbe dovuto, per quietare le sue brame, depredare i tesori dell’intero pianeta, cosa che in parte in effetti fece.

Senza perdere tempo, già nel 1939, con l’invasione della Polonia, diede ordine di razziare le opere d’arte del Paese, tra cui la Dama con l’ermellino di Leonardo e altri capolavori di Raffaello e Rembrandt facenti parte della famosa collezione Czartoryski. A poco a poco i Tedeschi si impossessarono di un numero impressionante di capolavori artistici. Si stima che i convogli diretti in Germania trasportarono complessivamente cinque milioni di opere. Molte di queste provenivano dalle case e dalle collezioni degli Ebrei deportati nei campi di concentramento, molte altre erano finite nelle mani dei nazisti grazie ad antiquari e mercanti smaniosi di arricchirsi con i soldi del Reich. Nel novero non vanno dimenticate le opere donate a Hitler da parte dei governanti alleati, primo fra tutti Mussolini, che fu ben lieto di regalare al suo omologo, tra gli altri, un trittico del pittore austriaco Hans Makart, La peste a Firenze, e un altro importante dipinto, il Ritratto di Giovanni Carlo Doria a cavallo di Rubens.

Il Führer non era il solo a manifestare un enorme interesse verso il mondo dell’arte, anche i suoi più fidati collaboratori Göring e Himmler dimostrarono una certa passione per il collezionismo, cosa che alimentò ulteriormente le razzie delle opere europee e il loro trasferimento in territorio tedesco. La ricerca sconsiderata di capolavori artistici da parte di questi due personaggi (e non solo) venne ufficializzata nel 1939 con una lettera di Hitler indirizzata ad Hans Posse, uno storico dell’arte e curatore di musei: “Incarico il dottor Posse, direttore della Galleria di Dresda, di costruire il nuovo museo d’arte di Linz Donau. Tutti i servizi del Partito e dello Stato hanno l’ordine di assistere il Dottor Posse nell’adempimento della sua missione”.

Himmler, ossessionato dall’arianità, si occupò di depredare i gioielli della corona del Sacro Romano Impero e di dare la caccia all’arte germanica. Anche Göring si diede notevolmente da fare per esaudire i desideri del Führer e si spinse ben oltre, utilizzando enormi somme di denaro pubblico per la creazione di una imponente collezione privata in un edificio chiamato Carinhall in onore della sua prima moglie svedese morta prematuramente. Per conseguire i suoi scopi si servì anche di mezzi meno leciti come il ricatto, la sottrazione indebita, il baratto e l’inganno. Verso la fine del 1943 il gerarca nazista, con il prezioso aiuto del suo inviato speciale Walter Andreas Hofer, si rese protagonista di un furto sorprendente. Con grande abilità, i Tedeschi riuscirono a convincere l’abate di Montecassino a trasferire a Roma i tesori che erano ivi conservati, al fine di evitare che andassero distrutti a causa dei bombardamenti anglo-americani. Si trattava di opere provenienti dalla Galleria Nazionale di Capodimonte e dal Museo Archeologico di Napoli, reperti di Pompei ed Ercolano, il tesoro di San Gennaro, il Monetiere di Siracusa e tele di Tiziano, El Greco e Goya. L’8 dicembre giunsero a Roma le casse contenenti i tesori dell’Abbazia di proprietà della Chiesa, che vennero accolte con grande giubilo e infinita gratitudine verso i Tedeschi occupanti. Il 4 gennaio giunse in Piazza Venezia un altro convoglio con le rimanenti opere dello Stato. Tuttavia, le casse partite da Montecassino erano 187 e a Roma ne giunsero solamente 172. Le quindici mancanti infatti avevano preso la via di Berlino per essere poi esibite nella casa di Göring il giorno del suo cinquantunesimo compleanno. Lo stratagemma del salvataggio di opere dalla distruzione degli alleati venne ampiamente utilizzato durante la guerra. Fu il caso per esempio della sottrazione della Madonna di Michelangelo dalla Chiesa di Bruges. Il parroco e il sacrestano furono costretti a cedere ai Tedeschi la preziosa statua, che venne immediatamente spedita in Germania avvolta in alcuni materassi. La cosa che rende incredibile questa vicenda è che avvenne nel settembre 1944, in piena avanzata degli alleati, quando le sorti della guerra sembravano ormai segnate per il Terzo Reich. 

Questi episodi rappresentano solamente una goccia nel mare sterminato di trafugamenti di opere da parte dei nazisti. Tuttavia, bisogna ricordare che i Tedeschi non agirono totalmente indisturbati, al contrario furono osteggiati da un gruppo valorosissimo di uomini e donne che a ragione possiamo definire eroi della Seconda Guerra Mondiale. Tra questi, i più conosciuti sono senz’altro coloro che figurano sotto il nome di Monuments Men. Tutto ebbe inizio nel 1941, in seguito al tremendo attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor. Gli americani si resero conto che era tempo di entrare in guerra, scongiurando una possibile invasione da parte giapponese o tedesca. Alcuni massimi esponenti del mondo della cultura americana erano venuti a conoscenza del prezzo che l’arte europea stava pagando a causa dell’avanzata nazista e decisero così di entrare in azione per tentare di salvare un patrimonio immenso che altrimenti l’umanità intera non avrebbe più avuto modo di ammirare. L’impresa venne formalizzata nel 1943 con la creazione della sezione MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives), approvata da Roosevelt, cui aderirono più di trecento persone di tredici nazionalità diverse, per lo più intellettuali, restauratori, archivisti, direttori di musei, ognuno dei quali aveva il compito di localizzare nei diversi paesi europei i beni trafugati e metterli al sicuro.

Nel 1945, grazie anche alla insperata sensibilità di Albert Speer, architetto personale di Hitler, che disattese l’ordine tassativo (passato alla storia non a caso come “Ordine Nerone”) di fare terra bruciata di ogni cosa di fronte all’avanzata anglo-americana, alcuni membri della Monumenti scovarono uno dei principali depositi nazisti di tesori rubati dalla Francia: il meraviglioso castello fiabesco di Neuschwanstein, in Baviera. Un altro immenso deposito fu trovato nelle miniere di salgemma di Altaussee, vicino a Salisburgo. Lì, in un intrico di sale ricavate nella roccia, vennero alla luce più di 6000 opere, tra quadri, statue e oggetti preziosi. Proprio ad Altaussee venne ritrovata la Madonna di Bruges, che venne restituita al Belgio. Tra gli inestimabili capolavori sottratti figuravano anche L’Astronomo di Vermeer e il Polittico dell’Agnello Mistico di Van Eyck. Altri depositi furono scoperti a Merkers, Bernterode e Heilbronn, in Germania.

Non bisogna dimenticare che la fase di ritrovamento dei depositi fu solo il culmine di una lotta durata anni. I Monuments Men durante la guerra si adoperarono per proteggere i musei e le chiese vulnerabili, scongiurare bombardamenti e trasferire le opere in luoghi sicuri. Per fare questo si avvalsero spesso dell’aiuto di figure che oggi sono cadute un po’ nell’ombra ma che furono fondamentali per la salvaguardia del patrimonio artistico europeo e non solo. Alcune di queste iniziarono ad agire addirittura prima dell’arrivo dei membri della Monumenti. Tra queste Jacques Jaujard, responsabile dei Musei Nazionali di Francia, che poco prima dello scoppio del conflitto, con la scusa di attuare alcuni lavori urgenti al museo del Louvre, fece imballare in quasi 2000 casse le opere più preziose, tra cui anche l’imponente Nike di Samotracia e le fece nascondere in diversi castelli della Loira. Un’altra figura chiave fu quella di Rose Valland, storica dell’arte e collaboratrice di Jaujard al Jau de Paume, che mise in atto un abile doppiogioco ai danni dei nazisti, avvertendo la Resistenza delle opere in partenza verso la Germania e dei convogli che dovevano essere in qualche modo fermati. Altra figura rilevante fu Rodolfo Siviero, il quale, dopo un’iniziale profonda simpatia nei confronti del regime fascista tanto che a diciotto anni aderì al PNF, si schierò poi con la Resistenza come spia e si adoperò per prevenire le mosse dei Tedeschi e nascondere i capolavori italiani. Nel 1947, in qualità di capo dell’Ufficio delle restituzioni, ottenne il rientro in Italia delle famose opere trafugate a Montecassino. Bisogna infine ricordare il contributo dato ai Monuments Men da una donna americana di origini giapponesi, scomparsa qualche tempo fa all’età di 92 anni a causa del coronavirus. Il suo nome era Motoko Fujishiro Huthwaite, di lavoro era dattilografa e segretaria, aveva scelto di tornare in Giappone in seguito al tragico evento di Pearl Harbor. Lì, finita la guerra, venne contattata da un membro della Monumenti, Langdon Warner, per prestare il suo aiuto come traduttrice e ponte tra due mondi, quello occidentale e quello orientale, per tentare di recuperare le opere trafugate dai Giapponesi (che avevano agito sull’esempio tedesco) in Cina e Indocina. Al termine delle operazioni Motoko scelse di tornare negli Stati Uniti, dove nel 2015 venne insignita della Congressional Gold Medal, il più alto riconoscimento civile del Paese.

Molti altri personaggi furono al servizio della missione di salvataggio e non va dimenticato il loro valore e il loro coraggio nel mettere a repentaglio la propria vita per restituire al mondo i suoi tesori. Oggi, l’unico sopravvissuto è Richard Barancik, che era di base a Salisburgo per recuperare le opere sottratte all’Austria. Purtroppo, nonostante gli ingenti sforzi messi in atto anche dopo la fine della guerra, molte opere trafugate dai nazisti non vennero mai ritrovate. È una ferita ancora aperta che ci fa capire quanto sia importante per noi il nostro patrimonio artistico, quanto esso rappresenti la memoria storica dell’umanità tutta e quanto dunque ai tempi nostri, proprio come nel caso dei Monuments Men, ci faccia male vedere annientati dei monumenti e dei capolavori che rappresentano la Storia e la Cultura con le iniziali maiuscole, come la maestosa città di Palmira, le cui immagini di brutale distruzione hanno fatto tristemente il giro del mondo.

Un po’ di cinema

Parlando di Monuments Men non si può non citare il film omonimo diretto e interpretato da George Clooney nel 2014. Con un cast davvero stellare che annovera attori come George Clooney appunto, Matt Damon, Cate Blanchett, Bill Murrey e Jean Dujardin, che interpretano rispettivamente, anche se con altri nomi, George Stout, capo dell’organizzazione, James Rorimer, Rose Valland, Robert Posey e un personaggio di fantasia, Jean Claude Clermont, la pellicola alterna momenti più giocosi e scherzosi a momenti più drammatici e ricchi di tensione. Nonostante le vicende non rispecchino sempre la realtà storica, il film è lodevole, se non altro per aver riportato all’attenzione una storia rimasta un po’ in secondo piano.

Un altro film che si inserisce bene in questo argomento è Woman in Gold, diretto da Simon Curtis nel 2015. Una strepitosa Helen Mirren interpreta Maria Altmann, ebrea fuggita da Vienna al tempo dell’occupazione nazista, che con l’aiuto di un avvocato, E. Randol Schönberg, interpretato da un altrettanto bravo Ryan Reynolds, combatte in tutti i modi per recuperare un quadro raffigurante sua zia e trafugato dai Tedeschi, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer di Gustav Klimt, successivamente rinominato La dama in oro. Ispirato a fatti realmente accaduti, il film si configura come un viaggio fisico ed emotivo per recuperare un dipinto che ha un grande valore affettivo. La storia di Maria Altmann ci ricorda come tanti Ebrei furono privati delle loro opere che non erano solo mere proprietà ma ricordi di famiglia e simboli della loro identità e questo aspetto Woman in Gold riesce ad esprimerlo al meglio, raggiungendo il cuore degli spettatori. 

Elena Salmini

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