Le donne nella Cina imperiale

Le donne nella Cina imperiale

Le donne nella Cina imperiale

Tra il tradizionale Tsung-fa e il nuovo Confucianesimo

“Serviamo il nostro Imperatore

E gli Unni batterà

I maschi in guerra e noi

A casa a procrear”

Questa strofa tratta da una delle canzoni più famose di Mulan, film d’animazione della Walt Disney Pictures, ci offre una fotografia nitida di quale fosse la condizione delle donne nella Cina imperiale (e non solo!). Tento di spiegarmi meglio. In Cina, nell’antichità, la donna era completamente subalterna al potere e alla volontà dell’uomo. Anche se nel corso della storia dell’Impero Cinese non sono mancate figure di imperatrici vedove, si tratta per lo più di eccezioni alla regola o, comunque, di momenti di transizione rispetto alla prassi tradizionale. Considerata solo marginalmente, la donna media in Cina non godeva di una vasta educazione, al contrario delle discendenti delle famiglie aristocratiche, tra cui segnaliamo fin da subito Liu Hsiang e Ban Zhao, figure cruciali per quella che sarà la storia dell’educazione femminile.

I pensatori della dinastia Han (II-III secolo d.C.) si sono interrogati spesso sul rapporto tra il sesso femminile e il sapere. Una piccola minoranza di loro riteneva le donne sagge e buone per natura, invece i più le consideravano limitate e stolte per natura, tanto da far confluire l’ignoranza femminile in tipi letterari. In altre parole, se nell’antichità un uomo cinese prestava fede a quello che diceva una donna veniva criticato e accusato di stoltezza. Inoltre, non bisogna dimenticare che l’educazione femminile era un veicolo utile alla promozione degli ideali patrilineari; alcuni tipi di istruzione infatti cercavano proprio di vincolare le donne a ruoli sociali restrittivi (la tradizionale triade: figlia, moglie e madre). L’educazione era infatti associata a un controllo sociale più che a una libertà individuale.

Il mondo intellettuale della dinastia Han ereditò quest’ultima impostazione, additando le rappresentanti del gentil sesso come non intelligenti. Tuttavia, il dogma confuciano di percorrere la via del perfezionamento morale si rivolgeva non solo agli uomini, ma anche alle donne. Il Confucianesimo riconosceva infatti le virtù femminili e permetteva alle donne di superare gli antichi stereotipi di ignoranza e immoralità. Questo costituì un elemento importantissimo per le donne dell’epoca perché, durante il regno degli Han Anteriori, il Confucianesimo divenne non solo l’ideologia necessaria a tutti coloro che aspiravano a ricoprire le alte cariche governative, ma anche il metro di distinzione tra la gentry e le persone comuni. Per tale motivo, quando parliamo della Cina e del suo passato non possiamo esimerci dal riportare la lunga e dura lotta, che vedeva schierati da un lato chi era confuciano e dall’altro chi non lo era. Lo stesso valeva per le donne. Per di più, sebbene in Cina prosperassero numerose scuole filosofiche e politiche, ben presto queste ultime si videro tutte surclassate e sostituite dagli insegnamenti di Confucio per una ragione piuttosto banale: la scuola confuciana assimilava in se stessa le dottrine e le tecniche di tutte le altre, che quindi faticavano a mantenere salda la propria identità.

Quindi, l’esplosione del Confucianesimo sembrò cambiare parzialmente le carte in tavola. Da una parte veniva ammessa la possibilità della virtù femminile, consentendo quindi anche alle donne di superare gli antichi e negativi stereotipi (stupidità e immoralità), dall’altra le donne continuavano ad essere considerate indegne o incapaci di ricevere e apprendere una cultura letteraria e perciò dovevano continuare ad essere cresciute ed educate nel rispetto del Tsung-fa. Quest’ultima era una società di stampo patriarcale, in cui il capo famiglia poneva tutti i suoi membri sotto il proprio dispotico controllo e in generale gli uomini erano sempre predominanti sulle donne. Il rapporto uomo-donna veniva considerato tradizionalmente come un rapporto tra yin e yang, due elementi frammisti e inseparabili. Le donne dovevano rispettare le tre obbedienze (al padre, al fratello e al marito, o ai figli maschi se rimaste vedove) e le quattro virtù (conoscere il proprio ruolo nel mondo, curare il proprio aspetto in modo da risultare gradevoli al marito, parlare poco e con attenzione, svolgere alacremente le faccende di casa), comportamenti reputati indispensabili per mantenere l’ordine e l’armonia dell’intero Universo. Questi precetti erano illustrati in un gran numero di classici destinati all’educazione delle fanciulle di estrazione aristocratica, come il Nu-Jie (“Precetti per le donne”), scritto dall’erudita Ban Zhao di cui dopo parleremo meglio. La loro diffusione non era però limitata alle classi colte e agiate, bensì riuscì a raggiungere anche gli strati più umili della società grazie ad un vasto repertorio di ballate e leggende popolari.

All’interno del nucleo familiare, le figlie femmine venivano considerate come membri temporanei, dal momento che erano destinate a “traslocare” in un’altra famiglia dopo aver contratto il matrimonio, che veniva considerato la meta naturale della vita di una donna. Una volta entrate in pianta stabile nella casa del marito, la posizione di moglie non garantiva alle donne alcuna protezione a causa sia della tirannia delle suocere, sia della presenza di diverse mogli e concubine sotto lo stesso tetto. In perpetua dipendenza dall’uomo, la vita della donna era segnata dall’obbedienza; non riceveva inoltre nessuna istruzione, consacrandosi totalmente ai lavori domestici.

In ogni caso, grazie alla spinta delle novità confuciane la saggezza delle donne cominciò gradualmente a guadagnare credito, tanto che persino gli uomini più diffidenti nei confronti dell’apprendimento femminile finirono per riconoscere il loro ruolo attivo in alcuni ambiti della vita, come quello dell’educazione dei figli. Ma non tutte le donne accettarono di buon grado di essere relegate a questo solo compito e così, lottando con tutte le loro forze contro i pregiudizi e gli stereotipi, alcune di loro riuscirono ad abbracciare la cultura letteraria. Chiaramente, si trattava di donne nobili che godevano di ampio accesso ai libri e crescevano al fianco di uomini (padri, fratelli, mariti) con spirito di insegnamento e apprendimento. 

Riportiamo di seguito, come illustri esempi di donne confuciane, le storie di Liu Hsiang (79-8 a.C.) e di Ban Zhao (45/51-114/120 d.C.). Liu Hsiang era una famosa erudita confuciana, attiva durante la dinastia degli Han Anteriori. Ha contribuito profondamente all’istituzione e al consolidamento della burocrazia governativa basata sul Confucianesimo ed è nota per aver scritto il Lieh-nu-Chuan (“Biografie di donne eminenti), una raccolta di aneddoti relativi a più di cento donne vissute nel corso di un vasto arco temporale, che oscilla dai tempi leggendari fino alla fine del periodo dei Regni Combattenti. Ban Zhao discendeva invece da una famiglia di storici. Dopo la morte del fratello Ban Gu, che all’epoca stava redigendo la Storia degli Han Anteriori, fu proprio Zhao a prendere il suo posto, completandone la redazione per ordine imperiale. In seguito, prese servizio presso l’imperatrice Teng, sua allieva, e all’età di sessant’anni scrisse per le sue figlie il Nu-Jie, una descrizione di lezioni che dovevano essere osservate dalle donne confuciane. 

In conclusione, possiamo affermare che, pur con leggere differenze, la condizione della donna nella società del Tsung-fa, sottomessa al marito e ai parenti, costretta ai lavori domestici e all’allevamento dei figli e, solo in qualche caso fortuito, dotata di un’istruzione, rimase pressoché identica nella società confuciana, fondata in seguito al profondo mutamento sociale verificatosi durante il periodo dei Regni Combattenti e dell’unificazione di Qin e Han. Le donne descritte da Liu Hsiang e da Ban Zhao come modello della società confuciana erano fondamentalmente le stesse della società Tsung-fa. Tuttavia, sotto gli Han Anteriori e Posteriori, ci furono numerose imperatrici donne, che giocarono ruoli preminenti nella storia politica cinese. Ciò dipese interamente dal forte status ricoperto dalla donna all’interno della famiglia dopo la morte del marito. Infatti, quando il coniuge moriva e la moglie diventava vedova, la sua posizione familiare cambiava radicalmente, perché iniziava finalmente a presiedere agli affari di tutta la famiglia. Formalmente era suo figlio primogenito il padrone della casa, dal momento che ereditava il patrimonio paterno, ma nella pratica era la madre a tenere sotto controllo ogni aspetto della vita familiare, in qualità di padrona e capostipite della casa del marito. 

Giulia Nanni

Tags: , , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.