Lo Stupro dimenticato di Nanchino

Lo Stupro dimenticato di Nanchino

Lo Stupro dimenticato di Nanchino

Siamo nel 1937. L’Europa, ormai avvelenata dal morbo dei totalitarismi, si prepara a scatenare la Seconda Guerra Mondiale. Il sottile gioco di alleanze tra gli Stati, supportato dalla condivisione di ideali fondati su concetti di fatto inesistenti come quello di “razza”, inizia a delinearsi al prezzo di numerose vite umane. Il 1937 è l’anno del bombardamento della città spagnola di Guernica, devastata dalle aviazioni tedesca e italiana per appoggiare i nazionalisti franchisti nella guerra civile. L’evento è ampiamente conosciuto, anche grazie al celebre quadro di Pablo Picasso, divenuto un simbolo di protesta contro la guerra in generale, contro la violenza, la distruzione, la crudeltà umana. Ma il 1937 è anche l’anno di un altro massacro, un’altra esplosione, non di bombe, ma di violenze, violenze brutali e inaudite. Il termine passato alla storia è quello di Stupro di Nanchino. Non ci sono quadri che ci raccontano e ci trasmettono con immagini intense come quelle di Picasso cosa accadde. Nemmeno i libri di scuola ne trattano, un po’ perché maggiormente concentrati sull’Occidente, un po’ a causa dell’oblio in cui intenzionalmente lo fecero cadere i Giapponesi, con la connivenza degli alleati tedeschi. Sono proprio i Giapponesi i protagonisti di questa storia macabra.

Dopo la fine della prima guerra sino-giapponese (1894-1895), che aveva portato di lì a pochi anni al collasso della dinastia Qing in Cina, uscita perdente dal conflitto, e alla fondazione di una Repubblica – minata dalla presenza ingombrante dei “signori della guerra” – il Giappone era diventato una vera e propria potenza, soprattutto a livello militare (grazie anche alle influenze occidentali e alle opere di modernizzazione del periodo Meiji, sotto l’imperatore Mutsuhito). L’idea di conquistare l’Asia era sicuramente allettante per un Giappone così fieramente cresciuto. L’invasione della Cina rappresentava il primo passo di un grande progetto che avrebbe reso il Giappone signore dell’Oriente. Fu così che scoppiò la seconda guerra sino-giapponese che si protrasse fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, intersecandosi con essa. Nel luglio 1937 le truppe giapponesi si impadronirono di Pechino e Tientsin, qualche settimana dopo conquistarono Shanghai, continuando poi inesorabilmente ad avanzare. A dicembre giunsero alle porte di Nanchino, allora capitale della Repubblica cinese. Nonostante l’inferiorità numerica dell’esercito nipponico, molti soldati cinesi si consegnarono al nemico, confidando nella speranza di ricevere un buon trattamento. Si sbagliavano. Furono trucidati nei pressi di Nanchino: 57.000 vittime. In città non erano rimasti molti soldati a difendere i civili, così i Giapponesi vi si riversarono dentro come gli Achei si riversarono a Troia, assetati di distruzione. Uomini, donne, bambini e anziani presi a fucilate mentre tentavano di fuggire, edifici e case saccheggiati e bruciati. Migliaia di persone vennero massacrate.

Sei settimane di orrori

La violenza dei Giapponesi non si fermò al 13 dicembre, ovvero il giorno in cui occuparono Nanchino, ma si protrasse ben oltre, fino alla primavera del 1938. Le prime sei settimane furono le più atroci. Si scatenò nei soldati nipponici una brama di violenza che sfida ogni comprensione umana. Le torture che inflissero ai Cinesi, tra cui mutilazioni di ogni genere, furono molteplici. Molti morirono bruciati o assiderati o sbranati dai cani. Molti furono sepolti vivi, squartati, usati come fantocci per gli addestramenti di assalto con la baionetta, crocifissi agli alberi o ai pali elettrici. Si potrebbe continuare l’elenco con altri innumerevoli metodi agghiaccianti messi in atto dai soldati nipponici per umiliare, tormentare, straziare anima e corpo e uccidere senza pietà migliaia di Cinesi. Ma ciò che maggiormente suscita orrore in questo massacro sono gli stupri. Quello di Nanchino è considerato uno dei più grandi stupri di massa della storia. Si stima che furono violentate tra le 20.000 e le 80.000 donne, di ogni età, di ogni estrazione sociale. Il trattamento che venne loro inflitto sfiora l’inimmaginabile e fu talmente atroce che molte rimasero menomate o invalide e molte altre morirono a causa dei traumi riportati. La maggior parte fu barbaramente uccisa e mutilata in seguito alle torture sessuali. Nanchino divenne in poco tempo lo scenario di un film dell’orrore, in cui era difficile se non quasi impossibile dare parola a ciò che gli occhi erano costretti a vedere.

Il numero di vittime del massacro di Nanchino (260.000 secondo le stime), perpetrato in poche settimane, arrivò a superare i morti civili delle varie nazioni europee nel corso dell’intero conflitto mondiale. Nonostante questo, ossia nonostante il fatto che a Nanchino si assistette a una crudeltà e a una perversione paragonabili a quelle naziste nei campi di concentramento, rimane un episodio avvolto nell’oscurità. Le autorità del Sol Levante cercarono in ogni modo di contenere i danni, di nascondere quell’eccesso di odio e brutalità di cui si erano resi protagonisti, cercarono di tenere lontani i giornali stranieri e di influenzare la propaganda pubblica. Eppure nel 1946, al termine della guerra, al cospetto del Tribunale Militare per l’Estremo Oriente, detto anche Processo di Tokio per i Crimini di Guerra, il Giappone fu messo davanti alle proprie responsabilità. Fu definito il “processo del secolo”, durò due anni e mezzo, il triplo rispetto al ben più noto processo di Norimberga. Furono portate alla luce centinaia di testimonianze di crimini commessi dai militari giapponesi in tutta l’Asia, non solo a Nanchino, tra cui alcune degne dei loro alleati tedeschi, come gli esperimenti medici sui prigionieri di guerra. Ma qualcosa negli anni successivi andò storto e la Guerra Fredda fece la sua parte nel contribuire a rendere vani gli sforzi del Processo nel perseguire i criminali. Anni di insabbiamenti e falsificazioni portarono al collasso della giustizia, molti ufficiali nipponici che si erano macchiati di crimini indicibili, anziché fare la fine di Adolf Eichmann, per citarne uno, tornarono a ricoprire indisturbati posizioni di potere grazie agli Stati Uniti, che iniziarono a vedere nel Giappone un nuovo alleato strategico contro la Cina comunista. In questa situazione pressoché favorevole, il Giappone iniziò ad attuare una sistematica censura dei libri di testo scolastici e accademici per cancellare dalla memoria delle generazioni a venire la verità storica, privando in questo modo le migliaia di vittime del loro posto nella Storia. È per questo motivo che, citando le parole della scrittrice americana di origini cinesi Iris Chang, “lo Stupro di Nanchino è l’olocausto dimenticato della Seconda Guerra Mondiale”.

I fiori della guerra

Sullo sfondo del massacro di Nanchino, il grande regista Zhang Yimou, noto per capolavori cinematografici come Lanterne Rosse, La foresta dei pugnali volanti e La città proibita, ha trasposto su pellicola la storia (narrata nel libro Le 13 donne di Nanchino della scrittrice cinese Geling Yan) del becchino americano John Miller, interpretato da Christian Bale, e di un gruppo di giovani donne. Per sfuggire al massacro dei Giapponesi, quattordici giovani allieve di una scuola cattolica trovano rifugio in un collegio, lo stesso dove il becchino Miller ha l’incarico di seppellire il direttore. Al collegio giungono anche alcune prostitute. Le tensioni e le inimicizie non tardano a farsi sentire ma ben presto, con l’arrivo di alcuni soldati giapponesi e del colonnello Hasegawa che richiede l’esibizione canora delle giovani allieve in occasione di una festa, Miller si troverà a dover difendere le ragazze e a cercare disperatamente una soluzione per evitare che vadano incontro a un terribile destino. Ed è in quel momento, un momento buio in cui tutto sembra perduto, che l’amore, il coraggio, la solidarietà sbocceranno come fiori in una guerra di sterpi.

Elena Salmini

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