L’omosessualità nell’antica Roma

L’omosessualità nell’antica Roma

L’omosessualità nell’antica Roma

Il presente articolo si pone l’obiettivo di indagare il tema dell’omosessualità nell’antica Roma. La nostra storia è caratterizzata da continue fluttuazioni di pensiero riguardo all’atteggiamento comune nei confronti dell’omosessualità, motivo per cui il tema continua ad essere oggetto di studi in lungo e in largo, senza che vi sia uniformità di pensiero da parte degli autori. Qualcuno sostiene che ci fosse una ampia libertà di espressione sessuale, mentre qualcun altro guarda alle leges punitive come sinonimo di chiusura e indisponibilità verso determinati atteggiamenti. Più in generale, la prima domanda che sorge è: può il concetto di omosessualità essere applicato al mondo romano o è invece più recente, circoscrivibile unicamente al nostro universo temporale? Apparentemente semplice, questo quesito può avere una molteplicità di risposte corrette, tutte supportate da fonti.

A tal proposito, nel corso del tempo hanno preso corpo due teorie, tra loro in conflitto: quella dei “costruzionisti” e quella degli “essenzialisti”. Se i primi ritengono che il concetto moderno di omosessualità strictu sensu sia sorto solo a partire dal 1700 – pur riconoscendo la presenza di comportamenti omosessuali anche nel mondo antico –, al contrario gli essenzialisti pensano che non esista epoca storica che ne può vantare le radici temporali. Omosessualità ed eterosessualità sono categorie utilizzate per descrivere orientamenti che esistono sin dall’alba dei tempi, non di certo un’invenzione linguistica moderna. L’indagine, quindi, si fa complessa e si presta a diverse interpretazioni.

Altro quesito interessante: l’omofobia – intesa come timore ossessivo di scoprirsi omosessuale o come avversione nei confronti di persone omosessuali – trovava spazio nel mondo romano, pubblico e privato? Quando si affronta il tema al giorno d’oggi, capita fin troppe volte di sentire frasi come “i Romani erano più aperti di noi”, “l’omosessualità nell’antica Roma era legale” ecc. Si tratta di locuzioni stereotipate che non corrispondono sempre a verità. Gli aspetti da trattare sarebbero molteplici; sono stati scritti numerosi volumi sull’argomento, per cui in questa sede tratteremo di alcuni tra i temi più caldi, come il maschio ideale romano, il rapporto tra la Grecia e Roma circa l’omosessualità maschile e il delicato aspetto del lesbismo. Cominciamo dunque dal fornire un quadro sintetico di quello che era il modello di maschio a Roma e, per contro, di quello che non doveva essere.

L’ideale di mascolinità, che prevedeva il pieno controllo dell’uomo su se stesso e sugli altri, era rappresentato da due termini cruciali: virtus e imperium. La prima parola deriva da vir, “uomo”, e descrive una varietà di tratti morali considerati ammirevoli negli uomini, a livello fisico (virilità), ma soprattutto in termini che oggi definiremmo psicologici, caratteriali. Gli uomini effeminati, di conseguenza, erano coloro che fallivano il raggiungimento di questo obiettivo. Per quanto concerne il secondo termine, quello di imperium, anche esso è fondamentale e si riferisce al dominio che i magistrati esercitavano sui cittadini romani, i generali sulle loro armate, ma anche – e forse soprattutto – al controllo esercitato su stranieri e su donne. Un’implicazione ovvia per gli stranieri una volta conquistati era quella di doversi sottomettere all’imperium dei Romani, in tutti i sensi possibili, anche sessuali eventualmente. L’imperium mascolino doveva poi essere esercitato anche sulle donne.

È necessario citare un’altra caratteristica del vir romano: la sicurezza nei propri mezzi e in se stesso, il cosiddetto self-control. In diversi contesti e passi degli autori antichi risalta il fatto che l’uomo, se falliva nel controllare i propri desideri e le proprie paure, venisse visto come meno mascolino. Mostrare in modo eccessivo paura e dolore, per esempio, è sempre associato alle donne. Disciplina militare, pertinacia, resistenza e coraggio nell’affrontare la morte sono tutti individuati come comportamenti mascolini. All’opposto si pone la figura che viene identificata come l’uomo effeminato. Egli costituiva un paradigma negativo. Nel loro fallimento di elevarsi agli standard dei comportamenti maschili, essi finivano per essere ciò che i veri uomini non erano. Ma quali erano le caratteristiche che identificavano l’uomo effemminato? Molti testi latini includono camminare delicatamente, parlare in modo femminile, indossare abiti larghi e colorati (inclusa la mitra), soffermarsi sulla profumazione, acconciarsi i capelli e soprattutto depilarsi. Tuttavia, si presti attenzione: l’accusa di effeminatezza non indicava automaticamente che l’uomo in questione fosse stato penetrato o volesse avere quel ruolo, anzi, nella letteratura vi sono numerosi esempi di uomini “effemminati” che sono quasi il prototipo del tombeur de femme.

Un secondo tema che merita un piccolo approfondimento è certamente il rapporto tra i Greci e i Romani. Più e più volte si è sentito dire o si è letto che i Romani cominciarono ad avere rapporti omosessuali solo dopo la conquista della Grecia (evento collocabile indicativamente con la conquista romana della Macedonia nel 168 a.C.). Ma è veramente così? Certo che no. Numerose sono le fonti che ci dimostrano una predilezione dei Romani per persone dello stesso sesso ben prima di quel momento storico, tesi sostenuta da studiosi del calibro di Paul Veyne e di Eva Cantarella.

Numerose sono altresì le differenze tra il “prototipo” di omosessualità diffuso nel mondo greco e in quello romano. Senza dilungarci troppo, possiamo affermare che nel mondo greco vi era una perfetta identificazione tra il ragazzo e colui che aveva un ruolo ricettivo nell’atto sessuale: si trattava della pratica della pederastia, non solo non disprezzata, ma assolutamente incoraggiata e quasi ritenuta fondamentale per la crescita di ogni adolescente greco. A Roma la stessa relazione sarebbe stata definita come stuprum, ovvero un comportamento disdicevole e illecito. Là non vi è infatti mai stata una opposizione nell’amore tra persone dello stesso sesso, dal momento che l’unica vera opposizione era data dal ruolo: essere attivi indicava un comportamento maschile, qualunque fosse il sesso del partner ricettivo. Vi era tuttavia un altro importante criterio da seguire, che riguardava lo status del partner. Mai, per nessun motivo, il partner ricettivo poteva essere un “nato libero”. A quel ruolo erano adibiti gli schiavi e, in minor misura, i prostituti e le prostitute.

I partner di un vero uomo romano potevano essere di qualunque età? Certo, quello che contava era il modo in cui i Romani guardavano i loro partner, ovvero come oggetti del loro dominio fallico. D’altra parte, come ulteriore dimostrazione del fatto che non si possa parlare correttamente di “diffusione dell’omosessualità a Roma”, due importanti scrittori greci attribuiscono ai Romani pratiche decisamente non-greche. Plutarco menziona il fatto che Silla amava l’attore Metriobios e che continuò a provare questi sentimenti senza negarlo anche quando costui era già divenuto adulto; Cassio Dione inoltre riporta che anche Seneca aveva una forte attrazione per gli uomini più maturi. Dunque, mentre i Greci pagavano omaggio alla cultura iconica del giovane depilato, possiamo dire che gli uomini romani, già prima di allora, non miravano a un oggetto del desiderio specifico, ma guardavano a una fonte di identificazione: il Dio Priapo, eretto e in grado di penetrare donne, giovani e anche uomini. L’ammirazione per questa divinità va oltre la ricerca del piacere fisico, ma tocca anche una sfera di influenza che include l’ambito della fertilità. Un fallo era d’altronde portato in processione durante una festività ogni 17 marzo in onore del dio Liber che era responsabile del seme degli uomini.

Infine ritengo che sia utile concentrarsi su un terzo tema, di grande rilievo, quello dell’omosessualità femminile, a opinione di chi scrive doppiamente complicato perché contribuisce ad aggiungere ad un tema, già intricato, un aspetto – quello del sesso femminile – sul quale agisce un pregiudizio piuttosto forte anche nelle società odierne. La maggior parte dei documenti antichi infatti sono stati scritti da uomini, visti con i loro occhi e descritti attraverso il loro pensiero. Questo comporta una probabile distorsione dei fatti realmente accaduti, a cui bisogna prestare una profonda attenzione. Bisogna cominciare dicendo che gli scrittori romani non avevano alcuna intenzione di ritrarre in modo positivo le relazioni omoerotiche femminili che avvenivano sotto i loro occhi, non avendo alcuna motivazione per farlo. Partendo dall’assunto che stiamo parlando di scrittori uomini, con una cultura che oggi possiamo senza troppi dubbi definire maschilista e machista, occorre tenere presente che il loro obiettivo primario era quello di far sì che le donne si mantenessero nel luogo più adatto a loro (ovviamente secondo l’opinione maschile), ovvero la domus.

Gli ideali di femminilità romana volevano la femina, la matrona, come colei che si occupava della casa e dei figli e come colei che gestiva gli schiavi, non come una figura che avesse un ruolo di spicco anche in una relazione, per di più sessuale. La “decisione” dunque di ritrarre l’omoerotismo femminile come futile, mostruoso, addirittura mascolino era finalizzata a preservare quegli ideali di femminilità che erano intrinseci alla cultura romana. Credo che l’aspetto che possa colpire maggiormente circa l’omosessualità femminile nel mondo antico sia quello medico. Ebbene sì, perché una buona parte delle fonti antiche che discutono l’argomento è costituita da trattati medici, che di conseguenza affrontano il caso come “clinico”. Tutti i testi medici condividevano un’opinione di fondo riguardo al comportamento sessuale femminile sano: la donna era nata per essere sessualmente passiva, per accogliere l’organo maschile e attraverso di esso permettere la riproduzione del genere umano; qualunque intenzione, fisica o anche solo psicologica, volta ad un comportamento attivo era indice di una possibile disfunzione sessuale.

Esistono varie correnti all’interno degli studi medici antichi. Una di queste è volta a rappresentare l’omoerotismo femminile come una malattia mentale, o meglio come una malattia dell’anima, che il medico può provare a curare attraverso un elaborato lavoro di controllo psichico. Ne parla in questi termini Sorano di Efeso, ad esempio, il quale sosteneva un’ipotesi a mio avviso molto interessante circa l’eziologia dell’omosessualità femminile, da ricercarsi nella biologia. Durante il rapporto sessuale tra uomo e donna, il seme dell’uomo incontra l’ovulo della donna; se, scontrandosi, non danno vita a una unità tout court, ma rimangono parzialmente separati, questo provocherà la nascita di un essere che ha in sé una doppia natura. È estremamente interessante notare come già migliaia di anni fa ci fosse chi aveva capito che la generazione era il prodotto di ambo le parti e non solo di una, sebbene si tratti di un pensiero poco diffuso. In sintesi, se il seme maschile si afferma come forza indipendente per tutta la vita, la donna che nascerà avrà delle pulsioni che la spingeranno verso il ruolo attivo, tipicamente maschile, oltre a quelle che per natura già possiede, ovvero quelle passive.

L’altra corrente agisce in un modo decisamente più “pratico” ed invasivo. Sulle donne che presentavano atteggiamenti e caratteri marcatamente sessuali si agiva tramite un intervento chirurgico, con la pratica della clitoridectomia. Questa pratica era ritenuta da taluni necessaria non tanto perché un clitoride di dimensioni maggiori causasse fastidio o disfunzionalità anatomica, quanto più per assicurarsi che le strutture sociali rimanessero invariate. Si vuole quindi associare l’aspetto biologico a dei comportamenti sessuali culturalmente disturbati e devianti. Di fatti, abbiamo già detto numerose volte che una donna che possiede i mezzi fisici con cui penetrare un’altra persona è inaccettabile in una cultura che concepisce il ruolo sessualmente attivo come propriamente riservato ai maschi. D’altra parte, dobbiamo sempre ricordarci che il comportamento sessuale femminile è visto attraverso gli occhi maschili. La penetrazione costituisce l’unica attività sessuale degna di nota; pertanto qualsiasi capacità femminile percepita in grado di penetrare deve essere prevenuta attraverso un intervento chirurgico. Con questo siamo arrivati alla conclusione di questo breve ma intenso percorso attraverso l’omosessualità nel mondo antico.

Federico Borsari

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