Mercati e Coronavirus

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Gli effetti della disinformazione

Il 31 dicembre 2019 nella città di Wuhan, provincia cinese dell’Hubei, la Commissione Sanitaria Municipale informa l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) della presenza nell’area di diversi casi di polmonite di origine sconosciuta. Il 9 gennaio 2019 il China CDC (“Center for Disease Control and prevention”, centro per il controllo e la prevenzione delle malattie sul suolo cinese) riesce a identificare e annunciare la causa scatenante: il SARS-CoV2, un nuovo ceppo di Coronavirus a contagio da uomo a uomo.

Nell’ultimo mese tra gli argomenti più digitati nella barra di ricerca Google degli Italiani troviamo: gli Oscar, i risultati della serie A di calcio, Kobe Bryant e il Coronavirus. Si può sostenere fin da subito che questa è una notizia banale e facilmente pronosticabile, per la quale non sembra nemmeno necessario verificare i trends di Google. Se ci fermiamo alla superficie certamente questa obiezione è più che lecita, ma nell’elenco dei trends prima proposto possiamo osservare che il Coronavirus è quello più longevo. Si può quindi dedurre che per quanto gli Italiani siano addolorati per la scomparsa di Kobe Bryant o entusiasti per l’Oscar di Brad Pitt, il mese prossimo al loro posto troveremo altre voci a riempire le barre di ricerca sul web, mentre il Coronavirus rimarrà al centro dell’attenzione per un po’.

Inutile dire che veniamo quasi letteralmente bombardati da notizie sulla situazione epidemica ogni giorno (se non ogni ora). Il virus è diventato ormai un fenomeno virale anche a livello mediatico; ci basta aprire una qualsiasi testata giornalistica, un magazine online, il telegiornale che accompagna le fugaci pause pranzo o anche semplicemente dare uno sguardo ai nostri profili social di Instagram, Facebook e chi più ne ha più ne metta, per trovarci di fronte a titoli con caratteri cubitali che ci parlano della situazione sanitaria a Wuhan. Le informazioni recuperabili sull’argomento sono tante quante le manipolazioni che creano l’esatto effetto contrario: la disinformazione. L’effetto di avere più voci nell’orecchio che parlano allo stesso tempo dicendo cose diverse è quello di non riuscire più a distinguere la realtà dalle fake news(1).

(1) Per maggiori informazioni sull’aspetto epidemiologico si invita il lettore ad informarsi sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità (https://www.iss.it/).

Il virus è stato più volte definito “pandemico” per via della velocità con cui si propaga, infatti ha portato in breve tempo una grande e popolosa città come Wuhan (insieme a molte altre, la stessa Pechino è in allarme) ad essere messa in quarantena; nessuno può lasciare la metropoli e nessuno vi può entrare. Gli stessi cittadini al suo interno sono sottoposti ad un rigido coprifuoco, con fasce orarie precise nelle quali è possibile lasciare la propria abitazione per poter svolgere le normali attività, necessarie alla sopravvivenza, come ad esempio fare la spesa.

Questa epidemia ha causato vari sconvolgimenti anche sul piano economico, indebolendo profondamente i mercati azionari globali tanto da far temere una “ricaduta” simile a quella vissuta nel 2003 con la SARS. Effettivamente l’indice delle principali capitalizzazioni europee, il Stoxx 600, dalla fine di gennaio è sceso di oltre il 2% e anche il Dow Jones Industrial Average, indice della borsa newyorkese (attualmente in ripresa), il mese scorso è sceso ben oltre 1,3%; la chiusura di gennaio è stata anche meno rosea con i nipponici Nikkei 225 (sceso anch’esso oltre il 2%) e Topix (crollato a 1,6%).

Diverso sembra essere il clima di febbraio per il quale si può osservare un netto rialzo nelle borse. Questo è dovuto ai progressi compiuti nel campo della ricerca per trovare una cura al Coronavirus, che sono riusciti a portare un barlume di ottimismo a Wall Street e anche a Piazza Affari, che all’inizio di febbraio ha ricevuto una spinta ad un +1,64%. Sicuramente, dopo le vendite compulsive che hanno connotato i mercati della scorsa settimana, questi piccoli segni di ripresa possono infondere una carica di positività, ma non possono ovviamente cancellare il costante monitoraggio e il focus fisso sull’epidemia in Cina. È una situazione che rimane in bilico e che lascia percepire il clima di tensione e di paura per i possibili riversamenti a livello economico.

Attualmente la Cina è impegnata anche con i festeggiamenti del Capodanno, periodo durante il quale le fabbriche rimangono chiuse per diverse settimane e i lavoratori viaggiano per riunirsi con le proprie famiglie per festeggiare. Come si può ben capire, in questo momento le possibilità di contagio e di diffusione aumentano in modo esponenziale e quindi possiamo dire che le ripercussioni del Coronavirus sull’economia si presentano ovviamente anche a livello di business. La situazione epidemica non è agevole per chi si occupa di tessere relazioni commerciali con la Cina. Che si tratti di commercio svolto su di un mercato unicamente a stampo asiatico, di commercio in parallelo o anche solamente del ramo dell’e-commerce, in questo momento le relazioni con i contatti cinesi sono nettamente limitate e questo crea forti rallentamenti con le merci e le spedizioni.

Ricapitolando: le fabbriche e i fornitori di tutte le province della Cina sono off-limits per la festa più importante della nazione; ai disagi causati dal periodo di festività quest’anno si aggiunge un allarme sanitario, che comporta rallentamenti ancora più elevati in ogni ambito, non solo per quel che riguarda le spedizioni delle merci; bisogna sottolineare il fatto che i commercianti europei non sono in possesso di notizie chiare e soprattutto non hanno la certezza sulle quantità di pezzi che riceveranno dal mercato asiatico (giustamente le aziende cinesi non hanno convenienza a fornire un quadro certo della situazione). Ne consegue che coloro che per lavoro intrattengono relazioni commerciali con la Cina attualmente sono in un limbo di incertezze: possono ritrovarsi con ordini eseguiti ma mai ricevuti o, nella migliore delle ipotesi, con merci recapitate solo in parte. I pericoli aumentano specialmente per quel che riguarda l’ambito dell’e-commerce, per cui, oltre alle problematiche già elencate, si aggiunge la casistica di prodotti già venduti online e pagati da acquirenti che non riceveranno la spedizione.

Questa piccola parentesi ci fa pensare a quanto gli equilibri globali siano sì rapidi, ma anche delicati, fragili e rivoluzionabili nello stesso momento. Potenzialmente il Coronavirus partito dalla Cina potrebbe avere un impatto economico enorme come fu quello dell’influenza spagnola agli inizi del secolo scorso, ma non possiamo quantificare tale potenziale in senso negativo o positivo. Sicuramente, se dovessimo immaginare la situazione in senso catastrofistico, dovremmo pensare alla reale possibilità che l’epidemia si diffonda in modo capillare anche fuori dalla Cina, in megalopoli che da vivi centri di mercati, servizi e commerci diventano epicentri infettivi e realtà economiche non più floride e dinamiche, ma chiuse in quarantena e con forze lavorative (in salute) nettamente diminuite. Quest’ultima visione sembra quasi approssimabile al prologo di un film post apocalittico e ci fa quasi sorridere per l’assurdità. Poi però pensiamo al panic selling delle borse, all’isteria di massa in aumento e all’esponenziale crescita di miracolosi rimedi contro ogni tipo di male e viene da chiedersi: a “metterci in ginocchio” è il SARS-CoV-2 o stiamo facendo tutto da soli?

Eleonora Acito

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