Ravensbrϋck: il lager delle donne

Ravensbrϋck: il lager delle donne

Ravensbrϋck

Il lager delle donne

Nell’ottobre del 2013, quando ero ancora una studentessa del liceo classico, mi fu annunciato dal mio professore di storia e filosofia che avrei partecipato ad un viaggio attraverso i luoghi della memoria insieme ad altri miei coetanei, provenienti da altri istituti. Questa iniziativa, organizzata dall’ANED (Associazione Nazionale ExDeportati nei campi nazisti) di Bologna e promossa anche negli anni successivi, aveva il nobile scopo di far conoscere più nel profondo a noi giovani le indicibili atrocità compiute nei lager nazisti e farci comprendere quanto fosse importante e doveroso trasmettere la memoria di quei terribili avvenimenti, nella strenua speranza che non capitassero mai più. Nello specifico, il viaggio del 2013 aveva per protagoniste le donne di Ravensbrϋck.

Quest’ultimo, a 90 km di distanza da Berlino, fu l’unico campo di concentramento femminile progettato da Hitler, con il preciso ed efferato scopo di togliere di mezzo tutte quelle donne che venivano ritenute “non conformi” o addirittura “inutili” dalla politica del Reich. Tra di esse si annoveravano ebree, prigioniere politiche, omosessuali, prostitute, diversamente abili, appartenenti a minoranze etniche… In occasione della Giornata della Memoria di lunedì 27 gennaio 2020 ho scelto di raccontarvi quest’esperienza compiuta tanti anni fa, perché da quel viaggio tornai a casa diversa, più consapevole. Prima di allora non avevo mai visitato un campo di concentramento e, nonostante a scuola avessi studiato l’Olocausto e in tv avessi visto numerosi documentari che ricostruivano la storia dei lager nazisti, solo quell’esperienza riuscì a infliggermi nella mente un’indelebile immagine di ciò a cui può arrivare la crudeltà dell’uomo nei confronti dei suoi simili.

Ideato come centro di rieducazione delle prigioniere e progressivamente trasformato in un campo di sterminio, Ravensbrϋck non figura tra i lager più noti, forse perché, oltre ad essere relativamente piccolo, rimase per anni nascosto dietro la cortina di ferro e molti dei documenti contenuti al suo interno furono distrutti. Eppure in esso dal maggio del 1939 al 30 aprile del 1945 passarono oltre 130 mila donne, provenienti da venti nazioni diverse, di cui circa 92 mila furono uccise. Stando alle statistiche, di questo spaventoso numero solo il 10% era ebreo.

In una triste giornata d’autunno, arrivammo a Ravensbrϋck, dove fummo accolti dalla severa e lugubre scritta, tristemente passata alla storia: Arbeit Macht Frei, “Il lavoro rende liberi”. Una volta varcati i cancelli, iniziammo a percorrere i lunghi viali ghiaiati. Un silenzio sepolcrale ci avvolgeva e solamente il rumore dei nostri passi ci accompagnava, mentre avanzavamo. Fui colpita dal nulla che contraddistingueva quel luogo: a parte due lunghi casermoni, il resto del campo era totalmente piatto, vuoto, grigio. Il fantasma della morte aleggiava ovunque. Mentre camminavamo, nessuno fiatava. C’era chi teneva il capo abbassato, chi invece non riusciva a trattenere le lacrime. Io personalmente sentivo un forte peso sullo stomaco, come se qualcosa tentasse di schiacciarmi.

Alcuni volontari dell’ANED percorsero la passerella che costeggiava il muro di mattoni per andare a porre sotto la scritta “ITALIEN” una corona di fiori in omaggio alle vittime nostre connazionali. Infine, entrammo in una delle caserme adibite a museo, dove si potevano osservare alcuni importanti documenti, che testimoniavano i crimini ivi commessi. Grazie ai racconti di alcune sopravvissute, è stato inoltre possibile ricostruire le indicibili brutalità perpetrate a Ravensbrϋck. Oltre alle percosse, le prigioniere venivano sottoposte a sterilizzazioni, aborti forzati e stupri. Eravamo tutti muti, con gli occhi lucidi e un nodo in gola, ascoltavamo increduli e paralizzati gli orribili crimini inflitti a quelle donne innocenti. Il pensiero che altri esseri umani siano stati in grado di fare tanto male gratuito era quasi inconcepibile per me. Quando poi la nostra guida proseguì il racconto, descrivendoci quello che veniva riservato ai neonati dopo esser stati strappati dalle braccia materne, nessuno di noi riuscì più a contenere le lacrime. Come è potuto accadere ciò? E come possono ancora succedere simili atrocità in alcune parti del mondo? Il nostro più grande nemico siamo noi stessi, perché quando anteponiamo alla nostra umanità qualcos’altro, che sia un ideale politico, o una fede, o qualsiasi altra cosa, perdiamo inesorabilmente il contatto con la realtà e diventiamo capaci di commettere azioni talmente turpi da non sembrare nemmeno umani. Fu terribile ascoltare quel racconto, ma forse per la prima volta compresi quanto verità risiedesse nelle parole di Primo Levi:

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.

   

Giulia Nanni

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