Eroi o mercenari?

Eroi o mercenari?

Eroi o mercenari?

La concezione del soldato romano nella prima età imperiale

Nel nostro immaginario siamo soliti dipingere la figura del soldato come prettamente positiva, ricca di connotazioni e attributi dai toni quasi eroici come “coraggio”, “dovere”, “onore”, “sacrificio”. Tutte queste caratteristiche contribuiscono a descrivere questa figura come un emblema e un esempio di virtù. Nel pronunciare la parola “soldato” il primo collegamento mentale che ci si presta è quello di un combattente che, sprezzante del pericolo, abbraccia le armi per difendere ciò a cui tiene di più: la sua patria. Questa concezione è per noi assolutamente logica, talmente normale che siamo portati a dare quasi per scontato che sia sempre stato così, fin dalla notte dei tempi. Ma è davvero così? Il soldato è sempre stato un uomo che rischiava la propria vita per difendere la propria patria? A tal proposito è opportuno ricordare che il concetto di “patria”, come lo intendiamo noi oggi, è relativamente recente e per giunta non ancora chiaramente definibile proprio a causa dei continui mutamenti a cui è soggetta questa concezione (molto fragile). Per una maggiore chiarezza, bisogna aggiungere che al giorno d’oggi siamo soliti identificare la nostra patria con la nazione d’appartenenza, quella dove siamo nati, cresciuti e in cui ci sentiamo parte integrante di una società, di cui condividiamo usi e costumi. Il collegamento è perciò apparentemente molto semplice e la soluzione non può che essere una: la mia patria è, ad esempio, l’Italia perché io sono italiano. In questo procedimento gioca un ruolo chiave la nazione d’origine; è proprio essa che ci consente una definizione identitaria a prima vista semplice e ci facilita di molto le cose. Il problema sta nell’adattare questo pensiero a tutto ciò che storicamente viene prima del concetto stesso di nazione. Non dobbiamo infatti dimenticare che le entità nazionali come le conosciamo oggi sono realtà storicamente molto giovani e che la nostra in particolare non ha nemmeno due secoli. Inoltre, se allunghiamo lo sguardo ai recenti scontri che hanno interessato il nostro panorama politico e sociale, non è nemmeno così scontato che la totalità delle persone abbracci il binomio “patria-nazione”, né che tutti traggano dai medesimi concetti il proprio senso di identità (esempio lampante, c’è chi potrebbe dire: la mia patria è l’Europa perché io sono europeo).
Possiamo quindi affermare che, proprio a causa dei mutamenti repentini dei contenuti e delle consuetudini, anche le immagini connesse all’idea di “patria” siano cambiate nel corso dei tempi e tra queste rientra anche il concetto di “soldato”. Siccome sarebbe impossibile riassumere in questo contesto la vasta gamma di sfumature e cambiamenti, cui tale figura è stata sottoposta, mi limiterò a prendere in analisi un periodo di tempo cronologicamente limitato e geograficamente circoscritto. Ho scelto infatti di approfondire la concezione del soldato nell’antica Roma, in particolare nel delicato periodo di tempo che va dalla fine delle guerre civili al primo periodo imperiale con l’ascesa al potere da parte di Augusto, perché sono gli anni che a mio avviso hanno determinato una separazione netta rispetto allo stato della questione nella precedente epoca repubblicana.
Con l’avvento di questa nuova forma di governo ‒ l’Impero ‒, Roma si accinge a modificare il proprio approccio al dominio politico e non solo: infatti, anche la concezione sociale e l’apparato ideologico dell’uomo antico verranno progressivamente stravolti da questa nuova realtà. Non si esime da questo discorso il mestiere delle armi, che proprio negli anni di Augusto inizia a mutare la propria struttura per meglio conformarsi alle nuove esigenze di sicurezza e controllo territoriale di cui ha bisogno l’Imperatore. Il primo fattore discriminante rispetto all’epoca precedente è proprio la (nuova) necessità della capitale di avere a propria disposizione un esercito permanente, che non può più essere formato da contadini chiamati alle armi solo all’occorrenza, ma deve essere costituito da uomini addestrati, preparati e fedeli. È questo il momento in cui il “soldato” diventa a tutti gli effetti un mestiere(1).

(1) Cassio Dione, Storia romana, LII, 26-28.

Tale cambio di prospettiva è fondamentale per capire la diversa percezione del ruolo del soldato nel periodo storico a cavallo tra la Repubblica e l’Impero. Se prima si parlava di cittadini costretti a lasciare tutto al fine di partire per la guerra e difendere i propri terreni, la propria famiglia e la propria città da minacce esterne, già durante le guerre civili del I secolo a.C. la concezione alla base è estremamente diversa. Si parla, infatti, di soldati che si arruolano volontariamente e che percepiscono un compenso per il servizio svolto; tutto ciò li rende a livello ideologico molto più simili a dei mercenari piuttosto che a degli eroi. Tale peculiarità costituisce anche un elemento che favorirà l’ascesa al potere di diversi generali, uomini provenienti dal mondo delle armi, che combattevano accanto ai loro soldati e, soprattutto, con i quali dividevano il bottino di guerra.
La figura del combattete romano che si va a delineare in questi anni è quindi quella di un uomo non fedele a Roma, ma al proprio generale; è un uomo che va in guerra non tanto per difendere la propria patria, quanto più per percepire una paga. Per questi motivi, il soldato semplice viene caratterizzato in maniera non molto lodevole da parte degli storici antichi, ad esempio Tacito, il quale nelle Storie fa spesso riferimento ai soldati come ad un volgus, una massa spesso caotica di persone, che si fa trascinare dagli eccessi e dalla sregolatezza dell’animo. È sempre Tacito a ricordare che i soldati della Legio XIII Gemina si scagliarono con ira contro il loro legato Vedio Aquila durante le guerre civili: la particolarità della vicenda risiede nel fatto che non sembra essere sussistita una ragione precisa per una reazione così violenta da parte delle truppe. Infatti, Tacito chiude velocemente l’episodio, scrivendo che “è costume delle folle lo scaricare ognuno sugli altri l’onta propria”(2).

(2) Tacito, Storie, II, 44, 5.

In questo caso, obiettivo dell’autore era creare un parallelismo tra i milites dell’esercito e la pericolosa e imprevedibile moltitudine, quel popolo che manca di una delle virtù fondamentali che dovrebbero caratterizzare il buon cittadino romano, distinguendolo dagli animali e dai selvaggi popoli barbarici, ossia l’utilizzo della ragione. Tale accostamento non è inusuale, specie in un autore come Tacito, che a più riprese nella sua opera dipinge il soldato con una connotazione negativa, accostandola spesso a casi di militari che, se non impegnati in nessuna guerra, vagabondavano per le città abbandonandosi alla pigrizia e ad ogni tipo di piacere che potesse corromperne gli animi(3).

(3) Tacito, Storie, II, 93.

Il comportamento appena descritto era considerato deprecabile dall’antica Urbe: i soldati non potevano permettersi una vita fatta di agio e di lusso. Anzi, era reputata terribilmente dannosa un’esistenza spesa nell’ozio e nel piacere. L’otium era controproducente per l’ambito militare, poiché vi era il rischio che gli uomini si “rammollissero” a causa sua e non riuscissero più a sopportare la rigida vita sotto alle armi. Proprio a tal fine si cercava di tenere occupati i commilitoni il più possibile anche quando non c’erano conflitti in atto, impiegandoli in servizi di pubblica utilità all’interno dei centri abitati, come ad esempio la manutenzione delle strade.
La visione di Tacito viene confermata anche da altri autori antichi quali Vitruvio e Svetonio. Quest’ultimo in particolare, nella Vita di Augusto, ricorda come l’imperatore riportò l’ordine in una capitale devastata dai conflitti interni e, tra gli esempi attuati dalla buona politica augustea, cita l’editto che imponeva la separazione degli spalti tra militari e civili durante gli spettacoli pubblici(4).

(4) Svetonio, Vita di Augusto, 44, 1.

Questa decisione era probabilmente legata al fatto che la vita cittadina e con essa i civili che abitavano l’ambiente urbano venivano considerati dannosi per il mantenimento della disciplina da parte dei soldati, che potevano facilmente essere corrotti o distratti durante i loro anni di servizio(5).

(5) Tacito, Storie, I, 53-54

L’ideologia militare impartita dall’Impero Romano era volta alla tutela di un esercito completamente dedicato a preservare la sicurezza e la pace dopo anni di lotte intestine nella penisola. Proprio a tal fine Augusto cercò di limitare le occasioni di contatto tra il suo esercito e il mondo civile, formato da quella moltitudine dedita agli eccessi e, quindi, rischiosa per l’ordine interno. In virtù di ciò, non è mancaro chi ha parlato di uomini “reietti”, costretti a vivere al di fuori della società urbana e ignari di tutte le altre forme di vita associata eccezion fatta per quella imparata negli accampamenti, spesso situati in zone anche molto distanti da quella patria di provenienza per la quale in teoria si rischiava ogni giorno la vita, ma che allo scadere dei lunghi anni di servizio militare finiva per risultare quasi aliena. Pur dovendo riconoscere i tentativi effettuati da Roma per tenere i propri eserciti rigidamente saldati alle logiche delle armi, anche attraverso la creazione di una vera e propria società militare i cui membri condividevano una cultura e un’ideologia ben attestata a livello epigrafico(6), personalmente non sono d’accordo con quella corrente di pensiero che ha il fine di estremizzare la distanza tra mondo civile e mondo militare.

(6) Si veda ad esempio CIL XIII, 7234.

È opportuno infatti pensare non tanto a uomini arruolati e spediti in campi sperduti ai margini delle frontiere imperiali, quanto piuttosto a due sfere differenti, ma che facevano parte di un unico ambiente sociale e che necessitavano di dialoghi e contatti per la propria sopravvivenza. I contatti tra i soldati e la realtà civile sono attestati fin dall’epoca repubblicana, quando l’esercito romano era ancora un’entità mobile e stanziava in campi semipermanenti, caratteristiche queste che non sono cessate con l’avvento dell’Impero, ma che anzi sono aumentate fino al momento in cui, con Settimio Severo, si decretò la possibilità per i soldati e per le loro compagne di essere riconosciuti come coniugi legati da un valido contratto matrimoniale.

Eleonora Acito

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