L’uomo e gli animali

L’uomo e gli animali

L’uomo e gli animali

Gli antichi erano filoanimalisti?

Noi abitanti del XXI secolo viviamo in un periodo storico che lotta fortemente per la tutela delle specie a rischio di estinzione, contro la violenza, il maltrattamento e l’abuso della fauna globale. I Movimenti animalisti della metà del secolo scorso sono riusciti a portare ad un cambiamento di mentalità, gettando una nuova luce sulla questione e modificando la prospettiva nel rapporto fra uomo e animale al punto da investire anche fenomeni culturali in precedenza ampiamente diffusi e accettati fra le masse. Ci basta pensare a recenti polemiche, quali lo sfruttamento dei cavalli e dei cani impiegati nelle corse, le violenze sui tori nella Corrida, o semplicemente agli animali chiusi nelle gabbie dei circhi per sentirci tristi, per essere invasi da un profondo senso di malessere e ingiustizia, in cui l’unica domanda che riusciamo a porci è: “come può l’essere umano essere l’artefice di tutto ciò?”.
Ci sono numerosi aspetti che distinguono la nostra contemporaneità dagli usi e costumi del mondo antico, una fra tante è sicuramente il differente modo di rapportarsi agli animali. Questo non significa che i Romani e i Greci mancassero totalmente di empatia verso gli altri esseri viventi o che non fossero in grado di creare un legame simile a quello che potremmo avere noi oggi con il nostro cane o gatto domestico. Non mancano, infatti, esempi di eminenti studiosi, pensatori o uomini d’armi che potremmo definire “filoanimalisti”(1), quali ad esempio Plutarco, Pitagora o Alessandro Magno. Tuttavia, anche queste illustri personalità sono ben lontane dalla nostra idea di animalismo; per cercare di chiarire meglio il concetto è opportuno sottolineare che se per noi è impensabile che una nota attivista, quale potrebbe esserlo Donatella Bianchi, possa assistere a spettacoli in cui gli animali sono vittime di violenza, lo stesso discorso non vale per i personaggi storici prima citati.

(1) È bene segnalare che tale termine appartiene esclusivamente alla nostra contemporaneità e non fa parte del sentore ideologico antico.

Dagli affreschi rinvenuti nei palazzi minoico-micenei cretesi sappiamo che già durante l’età del bronzo sull’isola veniva pratica la tauromachia, mentre ad Atene sembra che siano stati particolarmente in voga i combattimenti fra galli; questi ultimi venivano finanziati dalla polis stessa per insegnare ai soldati l’arte della guerra. Il gallo è un animale considerato estremamente virile in battaglia per la sua capacità di battersi fino allo stremo delle forze, tuttavia se viene sconfitto anche una sola volta rimarrà docile e condiscendente verso il vincitore per sempre. Il mondo animale sottintendeva quindi un duplice insegnamento per i militari greci: il vero uomo doveva lottare fino all’ultimo in difesa della propria patria, ignorando il dolore delle ferite e la stanchezza dello scontro, perché non ci sarebbe stata una seconda possibilità: dopo la sconfitta esisteva solo la schiavitù.
Il mondo animale e quello militare sembrano aver avuto una stretta correlazione ideologica nella Grecia antica. Una relazione che sembra perdurare nei secoli, tant’è che il naturalista Plinio il Vecchio (vissuto nella penisola italica nel I secolo d.C.), ricorda ai suoi contemporanei la vicenda che vede come protagonisti Alessandro Magno e il suo cane, animale dall’enorme stazza e, secondo le leggende, per metà tigre(2).

(2) Plin. Nat. VIII, 148-150.

La fiera era giunta al famoso condottiero come dono da parte del re dell’Albania, con lo scopo di aiutare il giovane Alessandro nella sua imminente spedizione in India. Il cane era stato scelto per essere il fidato compagno di un uomo d’armi e per tal motivo il suo neo-padrone decise di testarne immediatamente le qualità belliche cercando di farlo scontrate con animali quali cervi, cinghiali e orsi. Inizialmente, alla vista di avversari di così poco conto, il cane rimase impassibile e non volle intraprendere alcuna battaglia; solo quando Alessandro Magno propose come avversari un leone e un elefante il grosso segugio iniziò a combattere con un’aggressività e un impeto fuori dal comune. A riprova della grande prestanza della bestia in breve tempo il leone fu vinto, mentre il pachiderma venne sconfitto tramite quella che potremmo definire come una vera e propria tattica militare: il cane, con grande agilità, schivava i lenti colpi dell’avversario per poi colpirlo ripetutamente alle grosse zampe. L’elefante, a furia di ruotare su se stesso freneticamente, finì per cadere a terra a causa delle vertigini e ciò decretò la vittoria del cane di Alessandro, che aveva dato prova di essere in possesso di tutte le caratteristiche necessarie ad un vero soldato: l’onore (per essersi rifiutato di attaccare chi non era degno del suo valore), la forza (per essere riuscito a sconfiggere il leone) e, soprattutto, l’ingegno (attraverso cui si può vincere ogni nemico).
Il racconto di Plinio, oltre a fornire molti e interessanti spunti di riflessione sulla concezione del soldato nel mondo antico ‒ a malincuore non posso approfondirli tutti in tale contesto ‒, istituisce un collegamento tra il mondo della Grecia antica e quello della simile, ma non identica, realtà di Roma. Gli scontri narrati tra il cane di Alessandro Magno e queste fiere dai tratti esotici (quali leoni ed elefanti) non possono che far venire in mente il gusto tutto romano per gli spettacoli cruenti, in cui uomini ed animali si scontravano fino alla morte negli anfiteatri e nei circhi.
Pur avendo precedentemente constatato che tali pratiche erano comuni anche nella vicina realtà greca, non possiamo comunque negare che a Roma questi spettacoli costituivano un vero e proprio fenomeno di massa, simbolo e lustro della potenza e della magnificenza di una città che era riuscita a conquistare gran parte del mondo allora conosciuto. In questa origine riscontriamo le prime differenze ideologiche con la cultura greca: i giochi e gli spettacoli non si limitano più alla modesta realtà della polis (com’era invece per Atene), né hanno un intento pedagogico o di iniziazione all’arte militare; l’unico scopo reale era quello di creare un consenso politico intorno a quelle personalità illustri, che permettevano l’intrattenimento del pubblico tramite ingenti finanziamenti in denaro (come ad esempio l’imperatore). Non era quindi un caso se le province sottomesse al dominio romano cercavano di dotarsi in breve tempo delle strutture necessarie per ospitare tali esibizioni: in vista di possibili incarichi di spicco, era importante per le élite locali comunicare a Roma (e ancora di più al senato e/o all’imperatore) il proprio appoggio alle politiche di governo e, non in minor misura, dare conferma della piena assimilazione e adesione all’ideologia e alla cultura della capitale.
Per quanto riguarda l’apporto ideologico, ho già anticipato che a Roma non sembra essere presente un’idea di apprendimento dietro agli scontri in cui vengono coinvolti gli animali (anche se è giusto far presente a chi legge che l’eredità culturale greca non viene persa, bensì trasformata e riletta con occhi diversi); tuttavia si è potuto notare come questo ambito celi al suo interno un apporto simbolico non indifferente, ed è proprio da questa caratteristica tipicamente romana, che tende alla spettacolarizzazione, che bisogna partire. Se ad Atene gli incontri dei galli erano l’occasione per addomesticare alla guerra specialmente i militari, a Roma i grandi e diffusi spettacoli rappresentavano il modo per mostrare la supremazia guerriera dell’urbs al popolo. Per raggiungere lo scopo prefissatosi l’impiego di animali costituiva ciò che di più simbolico poteva esserci, era l’esaltazione della capacità di Roma di trionfare su ogni bestialità, intesa non solo nel senso della superiorità dell’uomo sull’animale, ma anche nell’importanza dell’uso della ragione per potersi definire persone civili, quindi non barbare. Per sottolineare in modo particolare quest’ultimo aspetto si deve far presente che già a partire dall’età repubblicana si iniziarono a introdurre all’interno degli spettacoli cittadini animali esotici e maestosi, felini di grandi dimensioni quali tigri, pantere e leoni. Queste fiere erano viste come insolite e strane agli occhi di un abitante della penisola italica di quell’epoca, ma erano proprio la loro particolarità e il loro aspetto, che rimandava a paesi lontani, a rendere le loro esibizioni così magnetiche e accattivanti per il grande pubblico. Lo spettacolo fuori dal comune offerto da questo tipo di animali fece crescere in poco tempo la domanda di bestiame esotico da far esibire negli anfiteatri.
Un noto esempio dell’impiego su larga scala di questi animali viene riportato nella Historia Augusta, in cui si narra che nel 281 d.C. l’imperatore Probo volle organizzare una grande caccia aperta al pubblico all’interno del Circo Massimo, grazie alla quale ciascun partecipante avrebbe avuto la possibilità di cacciare e uccidere l’animale che preferiva(3).

(3) Hist. Aug. Prob. 19, 1-8.

L’evento doveva essere lo spettacolo migliore mai visto fino a quel momento e per l’occasione Probo ordinò ai soldati di portare all’interno dell’arena tutta la vegetazione necessaria per ricreare una foresta. La selvaggina protagonista dei giochi non poteva essere più varia: struzzi, cervi, cinghiali, stambecchi, pecore selvatiche e molti altri erbivori erano lì presenti in grandi quantità; all’appello non potevano mancare anche bestie molto più feroci e di patrie lontane (fra cui la Siria e la Libia), come leopardi, leoni e orsi. Tutto ciò potrebbe far intendere che lo spettacolo organizzato dall’imperatore sia stato fra i più divertenti per l’epoca, invece l’autore del brano in questione fa ben capire che si trattò di un evento più maestoso che piacevole, specialmente per la parte che riguardava gli animali esotici poiché molti di loro vennero massacrati velocemente, non permettendo al pubblico di godere fino in fondo della battaglia. Credo che ad un lettore entrato nell’ottica del tempo la domanda che sorge spontanea sia: come può un incontro con un leone risultare meno avvincente di quello con una capra? Pur tenendo in considerazione le maggiori aspettative che il povero felino deve soddisfare rispetto alla capretta (non è molto, ma ha comunque un lavoro onesto!), cerchiamo di dare una risposta meno divertente ma più logica. Se provassimo a confrontare uno dei leoni dello zoo di Central Park con un qualsiasi coetaneo libero di scorrazzare nella savana africana, non servirebbe un biologo per notare le profonde differenze di forma fisica e temperamento tra i due animali. Proviamo a trasportare questo assunto in quella che era la realtà antica, dove più lontano era il tuo luogo d’origine più lungo e travagliato era il viaggio che eri costretto ad affrontare prima di arrivare a destinazione. Inutile dire che molti di questi animali morivano durante il tragitto, mentre i “fortunati” che riuscivano a sopravvivere giungevano in città malnutriti e stremati. Dobbiamo inoltre pensare che non esistevano le strutture di accoglienza necessarie ad ospitare il fermo per un lungo periodo di tempo di un animale esotico e ciò significa che, se la bestiola non fosse perita di lì a poche ore all’interno dell’arena, sarebbe comunque morta.
Il ritratto che emerge da queste ultime righe è sicuramente quello di un’antichità avente un rapporto con gli animali profondamente diverso da quello cui siamo abituati ai giorni nostri. A mio avviso è molto interessante notare il gioco di paradossi all’interno di questa situazione: l’uomo antico viveva in un ambiente costantemente in contatto con la natura, con la quale doveva cooperare per garantire la propria sopravvivenza e quella della sua stirpe. Eppure, dietro a un rapporto di così stretta vicinanza e affinità, c’era la paura della feroce fiera, di un mondo naturale da dominare per non essere dominati, c’era insomma il timore primordiale della morte. Pur non trascurando che anche nell’epoca antica esisteva la figura dell’animale-amico, in questo contesto ho voluto approfondire l’aspetto che maggiormente diverge rispetto al comune sentimento animalista del nostro secolo. Forse anche un po’ per ricordarci che, purtroppo (in questo caso), le dinamiche della storia sono ciò che noi chiamiamo “fatti di attualità” nel nostro presente. 

Eleonora Acito

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