Atti di nemica fratellanza

Atti di nemica fratellanza

Atti di nemica fratellanza

Curiosità dalla guerra

La guerra, per sua stessa natura, è brutale, violenta e immorale. Sebbene per millenni re, imperatori e generali abbiano tentato di convincere i propri sottoposti del contrario, non c’è niente di nobile e glorioso nel condurla. Eppure, nel corso della storia abbiamo assistito ad innumerevoli episodi in cui soldati di opposte fazioni hanno abbassato le armi: per permettere al nemico di seppellire i propri morti, per recuperare i feriti in mezzo al campo di battaglia, per senso di insensatezza…o semplicemente per giocare a calcio! Ci stiamo riferendo ovviamente alla famosa tregua di Natale avvenuta nei campi di battaglia in Francia durante la Prima Guerra Mondiale. Cogliamo infatti l’occasione del periodo natalizio per presentarvi un singolarissimo episodio attraverso le lettere di chi in quei giorni occupava quelle trincee infangate, con il nemico a poche decine di metri. Successivamente utilizzeremo questo esempio come trampolino di lancio per illustrarvene un secondo, più recente e decisamente meno noto.

La tregua di Natale del 1914

“Forse un giorno in quest’angolo d’Artois, sarà innalzato un monumento per commemorare lo spirito di fraternità tra degli uomini vessati dall’orrore della guerra e costretti a uccidersi a vicenda, contro la loro volontà”. 
Queste sono le parole che Louis Barths, arruolato nell’esercito britannico, scrive alla propria moglie nel 1914. Negli ultimi giorni di quell’anno Louis, come molti altri suoi commilitoni, partecipa a quel moto spontaneo di umanità che coinvolse i militari di tre diverse nazioni in guerra fra loro. Cerchiamo di rivivere quei giorni attraverso le lettere di soldati che decisero, per qualche momento, di essere non più nemici ma semplicemente esseri umani accomunati dal medesimo destino.

“Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dorme nelle buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia!…”
Dopo aver condiviso con la sorella l’incredibile notizia, questo militare britannico (la lettera è firmata con il solo nome di battesimo, Tom) prosegue illustrandole i fatti così come lui li ha vissuti:
“…di colpo un camerata mi scuote e mi grida: Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato al bordo della trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia». «Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è? ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’. Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. Poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ‘ stille nacht, heilige nacht…’. Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: ‘notte silente, notte santa…” 
Diverse testimonianze raccontano di una partita di calcio avvenuta tra i soldati inglesi e quelli tedeschi, il nostro Tom invece ha avuto esperienze diverse con i suoi dirimpettai di trincea:
“’Inglesi, uscite fuori!’ li abbiamo sentiti gridare, ‘voi non spara, noi non spara!’. Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: ‘venite fuori voi!’. Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: ‘Manda ufficiale per parlamentare’. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato ‘non sparate!’. Poi si è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a metà strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi. Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzare poche ore prima». «Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturone di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa.”
Quella che è passata alla storia come tregua di Natale si è svolta sul fronte occidentale nel primo anno di guerra, quando ancora il conflitto non si esasperò nell’odio reciproco tra le forze belligeranti, specialmente in seguito all’utilizzo di armi sempre più micidiali come i gas asfissianti. In alcuni casi, altre lettere hanno testimoniato il proseguimento di questi episodi fino alla fine dell’anno, tra soldati tedeschi, inglesi ed in numero minore anche francesi.

Scompiglio a Tangeri

Per quanto la Seconda Guerra Mondiale sia ricordata come il conflitto più disastroso della nostra storia, all’interno di essa sono rintracciabili episodi curiosi ed interessanti nei quali i soldati dei paesi belligeranti si sono ritrovati a dover convivere o condividere la stessa esperienza. Di seguito vi illustriamo una vicenda di cui sono protagonisti i marinai della nostra Marina Militare.
I mesi successivi all’entrata in guerra dell’Italia sono costellati da insuccessi e delusioni per le nostre forze armate, nel vano tentativo da parte di Mussolini di condurre la così detta guerra parallela per restare al passo dell’alleato tedesco. Uno dei teatri bellici in cui il Duce decide di intervenire è quello atlantico, nel quale la Kriegsmarine tedesca e i suoi branchi di U-Boot stanno in quel momento tentando di impedire alla Gran Bretagna di ricevere i rifornimenti statunitensi per via marittima. Il problema fondamentale che i sommergibili italiani devono affrontare per raggiungere l’oceano Atlantico è forzare lo stretto di Gibilterra, sorvegliato costantemente dalle unità della Royal Navy, oltre ad essere un punto in cui le acque di due diverse correnti, quella mediterranea e quella atlantica, si incontrano pericolosamente. Il 3 novembre 1940 deve essere senza dubbio un giorno indimenticabile per il capitano di corvetta Adalberto Giovannini, comandante del sommergibile Michele Bianchi il quale si sta per accingere a scivolare tra le navi britanniche a guardia dello stretto, seguito ad un giorno di distanza dal sommergibile Brin, comandato dal capitano di corvetta Luigi Longanesi. Dopo essersi immerso, il Bianchi riesce a destreggiarsi tra le numerose unità nemiche, quando incappa rovinosamente in buchi d’acqua terribili, poco dopo l’una del mattino. La fortissima corrente sbalza continuamente il Bianchi verso il fondale per poi riportarlo quasi in superficie: la prima volta il sommergibile arriva a 120 metri di profondità, la seconda a 142 metri mentre la terza volta il manometro del Bianchi indica l’incredibile cifra di 154 metri di profondità. L’equipaggio e il suo comandante sono terrorizzati: lo scafo non è progettato per resistere ad una tale pressione esterna e le sue pareti possono cedere da un momento all’altro. Fortunatamente un ultimo sbalzo consente al Bianchi di raggiungere la superficie; questo balletto dura fino alle 15.50 di pomeriggio del 3 novembre. Una volta in torretta, il comandante Giovannini si rende conto di essere a pochissima distanza dalla base britannica, ed infatti è avvistato poco dopo dal cacciatorpediniere Greyhound; dal momento che il sommergibile ha subito troppi danni sott’acqua e non può sostenere una fuga rapida nell’Atlantico, Giovannini decide di dirigersi a tutta velocità verso il porto neutrale di Tangeri, nel lato marocchino dello stretto di Gibilterra. La caccia britannica ha inizio: il Greyhound fa tuonare le sue bocche da 120 mm e infesta le acque circostanti con le bombe di profondità, tentando di finire il malridotto sommergibile che sta procedendo velocemente a zigzag. Quest’ultimo riesce a raggiungere le tanto agognate acque neutrali, quindi l’unità britannica sferra un’ultima disperata mossa per colare a picco il nemico: per non violare la neutralità internazionale usando le armi da fuoco, il Greyhound punta direttamente lo scafo del Bianchi per speronarlo, ma una brusca virata dell’unità italiana riesce ad impedirlo, raggiungendo la baia del porto. Le testimonianze di alcune persone che stavano assistendo al duello dai moli del porto, nonché dello stesso Giovannini, indicano che una volta raggiunta la baia quest’ultimo eseguì il saluto militare in direzione della torre di comando del Greyhound, dalla quale uscì il suo comandante, il capitano di fregata Walter Roger Marshall A’Deane, che unì le sue mani verso Giovannini, in modo da simboleggiare una stretta di mano. Poche ore dopo l’ingresso del Bianchi a Tangeri, sopraggiunge il Brin, conciato quasi peggio a causa delle stesse correnti marine. La sera del 3 novembre 1940 comincia quindi un’avventura surreale per i due equipaggi italiani e per i marinai inglesi del Greyhound che incrocia appena fuori dalle acque neutrali di Tangeri in attesa delle sue prede. Secondo le convenzioni allora vigenti, una nave di un paese belligerante poteva rimanere in un porto neutrale non più di ventiquattro ore(1), un periodo di tempo troppo breve perché i due sommergibili si rimettessero in condizione di navigare efficacemente, ma ecco che la fortuna assiste i nostri marinai. Il giorno successivo, 4 novembre 1940, le truppe spagnole occupano la città di Tangeri con la forza, concedendo agli equipaggi del Paese amico sessanta giorni di tempo. Quei giorni a Tangeri rappresentano quasi una vacanza per i militari di entrambe le nazioni: la città infatti è famosa meta dei soldati inglesi in licenza provenienti dalla base oltre lo stretto. Italiani ed inglesi spesso entrano in contatto tra di loro, scherzano sull’andamento del conflitto ed in alcuni casi si offrono addirittura da bere nei locali della città. Tuttavia, la situazione non è ugualmente piacevole per i rispettivi vertici militari e politici: in particolare la Spagna e l’Italia vengono accusate di aver organizzato tutto per indurre Franco ad entrare in guerra al fianco delle potenze dell’Asse. Mussolini dal canto suo fa continue pressioni su Giovannini e Longanesi per tentare di uscire dall’accerchiamento, perché altrimenti la Marina Italiana avrebbe dovuto forzare il blocco britannico sullo stretto, impresa tra l’altro impossibile data la superiorità della Royal Navy. Per ubbidire agli ordini del Duce, i due comandanti cominciano quindi ad approntare i preparativi per la partenza dei due sommergibili, la cui data deve necessariamente rimanere segretissima. Per fare ciò vengono escogitati diversi stratagemmi, semplici quanto ingegnosi: per indurre gli inglesi a credere che la loro partenza non sarebbe avvenuta a breve, Giovannini ordina ai marinai del Bianchi di stendere la biancheria in coperta, a bella vista di tutti. Nel frattempo viene fissata la data della partenza: il Bianchi e il Brin tenteranno la sorte il 13 dicembre, non appena i marinai saranno tornati dalla loro libera uscita serale. Interessanti risultano essere i fatti degli ultimi giorni, nei quali il comandante Giovannini fa la conoscenza dell’ammiraglio John Gaunt, responsabile del servizio di informazioni britannico nella zona. Inoltre, proprio la sera prefissata per la partenza, Giovannini e Longanesi si recano al cinema di Tangeri in tutta tranquillità, addirittura accomodandosi vicino ad alcuni ufficiali del Greyhound andati ad assistere alla medesima proiezione. Al loro rientro scatta l’operazione, i marinai sono ai loro posti e le macchine vengono avviate. Sotto una luna piena che illumina l’intero specchio d’acqua, la coppia di sommergibili viene avvistata da un’unità britannica che pattuglia lo stretto. Quest’ultima chiama a rinforzo il cacciatorpediniere nelle vicinanze, ma è troppo tardi: poco prima delle tre del mattino il Bianchi e il Brin superano lo stretto e si immergono nelle profonde acque dell’oceano.  

(1) Convenzione dell’Aja 1907, art. 12.  

Lorenzo Pasquali

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