March Chagall. Tra sogno e magia

March Chagall. Tra sogno e magia

March Chagall

Tra sogno e magia

Qualche settimana fa sono stata alla mostra “Chagall, sogno e magia”, ospitata a Palazzo Albergati a Bologna fino a marzo 2020, e queste sono alcune delle impressioni (e delle emozioni) che mi ha lasciato, mentre come un’ape di fiore in fiore saltellavo tra una stanza e l’altra, attirata dai colori e dalle luci.

Come una leggera e romantica pioggerellina in un giorno di primavera, così ti sorprende l’atmosfera creata dai dipinti di Chagall, il quale con una delicatezza di cui solo lui è capace ti fa entrare nel suo universo luminoso, sonoro e colorato. Ottimismo e gioia, con una sottile punta di malinconia, dominano la mostra. Nel suo mondo il bianco e il nero, i buoni e i cattivi, si uniscono per formare un insieme indissolubile e, incredibile a dirsi, quasi doveroso. Solo accostato al nero più profondo il bianco riesce a risplendere raggiungendo il massimo livello di luminosità. Ciò che conta non è il trionfo dell’uno sull’altro, ma l’armonia che viene a crearsi da questa unione, così inevitabile, così necessaria. Chagall stesso dice: «Tutti i colori sono gli amici dei loro vicini e gli amanti dei loro opposti».

Un tuono, e il tempo ricomincia a fluire da capo, lento e inesorabile, come la vita nel suo infinito ciclo di morte e rinascita. Chagall, sogno e magia stupisce: con l’infinita dolcezza che denota tutte le sue opere, questo artista mostra al pubblico le radici dell’umanità, e come l’esistenza sia connotata da varie sfaccettature. Prese singolarmente, ognuna è speciale a modo suo. Ma, prese tutte insieme, il risultato della loro unione è un trionfo di colori, un arcobaleno, come quello che sorge dopo un temporale primaverile. Qualcuno potrebbe sostenere che è solo per merito del sole, che ancora una volta riesce ad emergere malgrado le nubi, che si forma l’arcobaleno. È vero. Ma senza pioggia e senza nubi non potrebbe mai verificarsi quel processo che porta alla sua nascita e noi non potremmo mai vederlo. L’amore per la vita, le tradizioni popolari russe e l’entusiasmo resiliente nonostante le continue prove che il destino gli ha posto davanti costituiscono l’essenza del nostro artista, di cui di seguito si offre una rapida biografia.

Marc Chagall nasce nell’impero russo nel 1887 in un funesto 7 luglio, giorno in cui i cosacchi attaccano e danno alle fiamme il suo villaggio. Ma l’ineluttabile corso degli eventi non frena la bramosa gioia di vivere dell’artista, che nei suoi quadri mette spesso in luce le allegre tinte della sua infanzia, omettendo invece quelle più fosche. Ebreo e pittore, un connubio inadeguato, che la famiglia di Chagall si sforza di reprimere in ogni modo, ma egli continua imperterrito a seguire i propri sogni e nel 1906 inizia a studiare arte. Dopo gli anni pietroburghesi presso l’Accademia Russa di Belle Arti, nel 1910 si trasferisce a Parigi, divenendo un vorace ricevitore delle tendenze, delle novità e dell’atmosfera che la città gli offriva. Debutta con le prime opere, capolavori in cui gli riesce così semplice e naturale rievocare la sua infanzia trascorsa in Russia, ravvivandola con la vivace luce della Parigi di quegli anni. Torna a Vitebsk, ma scoppia la guerra: è il 1915. Poco tempo dopo Chagall trova l’amore in Bella Rosenfeld, sua futura moglie e madre della primogenita Ida. La guerra non interrompe il suo cammino, anzi gli dà nuovo slancio e mentre esegue per la prima volta illustrazioni per libri e giornali lavora al ministero della guerra e diviene Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk. Tuttavia, la sua visione “infantile” e irreale entra in contrasto con gli ideali artistici del luogo, così con famiglia e bagagli Chagall si trasferisce a Mosca nel 1920. Questo è l’inizio dell’annoso esodo degli Chagall, durante il quale toccheranno appunto Mosca, Berlino, Parigi (di nuovo), Marsiglia, la Spagna, il Portogallo e, infine, la terra dei sogni, gli Stati Uniti. È il 22 giugno del 1941, lo stesso giorno in cui i nazisti invadono la Russia. Inizia una nuova fase per Chagall, il quale però non rinnegherà mai le sue origini: infatti, si rifiuta di imparare l’inglese e di prendere la cittadinanza americana, riconoscendo in quel periodo un forzato esilio. L’anno successivo accade qualcosa di drammatico e inaspettato, che segnerà profondamente l’animo dell’artista: la morte della sua amata moglie Bella. Questa perdita lo porta ad un lungo e profondo stato depressivo da cui uscirà solo per merito della vicinanza della figlia Ida. Solamente nel 1948 Chagall riesce a tornare in Europa, dove aleggia il fantasma dell’olocausto, nonché le disastrose conseguenze della guerra. Pur a fatica, i colori e soggetti delle sue opere tornano finalmente a brillare, celebrando la vita e l’amore. Nel 1952 sposa Vavà (Valentina Brodsky), di origine russa, ebrea, insomma sua nuova musa. Nei suoi lavori non mancano inoltre i riferimenti e la celebrazione della religione: molti sono infatti i dipinti che nel corso della sua carriera Chagall dedica ai libri della Bibbia e della Torah ebraica, come la Genesi o l’Esodo, e che vengono raccolti nel Musée National Message Biblique Marc Chagall, non lontano da Nizza. La morte raggiunge Chagall nella sua residenza a Saint-Paul-de-Vence il 28 marzo 1985. Aveva 97 anni.

All’interno della mostra, verso la fine, con gli occhi già pieni di colori e il cuore colmo di emozioni si entra in una stanza, buia, quadrata. Ad un certo punto, da un proiettore, inizia a diramarsi un fascio di luce e la magia ha inizio. La camera prende vita, i soggetti dei quadri di Chagall vengono proiettati ovunque. Luce, colori, movimento, musica, tutto accade intorno allo spettatore inerme che non può fare altro che sognare. È come se per qualche minuto il tempo si interrompesse e il mondo di Chagall ti inghiottisse, rendendoti un protagonista delle sue storie. I suoi personaggi si avvicinano a te e tu puoi quasi toccarli. Fiori e stelle piovono dal soffitto e una danza travolgente si sviluppa lungo tutte le pareti. Ad un tratto «un tuono, un lampo di luce ed ecco irrompere nella stanza un’impetuosa creatura alata, avvolta in volute di nuvole, un forte fremito di ali. Un angelo! Penso io. Ma non riesco ad aprire gli occhi: dall’alto sgorga una luce troppo forte. L’ospite alato vola per tutti gli angoli della stanza, si solleva nuovamente e vola via attraverso la fenditura del soffitto, portando con sé il fulmine e l’azzurro. E di nuovo torna il buio. Mi sveglio».

Giulia Nanni

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