La medicina nell’antica Grecia

La medicina nell’antica Grecia

La medicina nell’antica Grecia

Tra magia e scienza un viaggio alla scoperta dell’arte medica

Ippocrate fondò la scienza medica nel V secolo a.C., ma quali informazioni abbiamo sulla medicina prima di allora? In realtà non molte. Le fonti letterarie hanno fornito alcune (poche) informazioni sulle conoscenze mediche e sul ruolo dei medici prima di quell’epoca, ma non sono stati trovati trattati scientifici anteriori al Corpus Hippocraticum, in buona parte perché la medicina nell’antichità nacque a stretto contatto con la magia. Ebbene sì, la medicina antecedente al V secolo a.C. era una disciplina controllata da maghi, purificatori, ciarlatani e impostori contro cui il famoso medico combatté la sua battaglia. Ma procediamo con ordine.

Le prime tracce di questo intimo legame tra magia e arte medica provengono dall’Oriente: il noto codice di Hammurabi, risalente al II millennio a.C. e oggi conservato al museo del Louvre, raccoglie centinaia di leggi emanate dall’omonimo sovrano babilonese, tra cui spiccano tredici articoli che specificano il ruolo e le responsabilità dei medici nell’esercizio della loro professione, nonché le pene previste nel caso di eventuali fallimenti ed errori. Questa scoperta rivela che la figura del medicus esisteva già duemila anni prima della nascita di Cristo, eppure per approdare a una disciplina paragonabile a quella che noi oggi definiamo ‘medicina’ il viaggio sarà lungo e tortuoso.

Anche in Egitto sono stati rinvenuti dei documenti interessanti: si tratta di due papiri, risalenti a qualche secolo dopo il codice babilonese. Il primo, chiamato papiro Edwin Smith, del XVII secolo a.C. presenta degli elementi per certi versi straordinari, perché per la prima volta nella storia della medicina si assiste a diagnosi e cure improntate non più sull’impiego della magia e degli incantesimi, bensì su un approccio e un rigore prettamente scientifici. Tuttavia, il secondo papiro, detto Ebers, risalente al secolo successivo mostra ancora la sopravvivenza di alcune forme di incantesimi e di scongiuri cui si ricorreva per contrastare le malattie. 

Questo binomio magia-medicina passò immutato nell’antica Grecia, dove sopravvisse a lungo la strenua convinzione che l’intervento di un medico o l’impiego di una terapia non servissero a nulla se non fossero accompagnati dalla recita di una formula magica. La magia era il mezzo per mettersi in contatto con dèi e spiriti, chiedere loro favori o convincerli ad obbedire. Attraverso un rigoroso rituale, un anonimo oggetto assumeva potere: da qui nacquero quelli che noi oggi chiamiamo comunemente amuleti. Si riteneva che questi ultimi favorissero la buona sorte e possedessero proprietà di guarigione e di difesa dagli spiriti maligni. All’impiego degli amuleti si aggiungeva poi quello degli incantesimi e delle erbe prodigiose, che si pensava godessero di proprietà divine.

Fu Omero ad associare per la prima volta la nascita della medicina alla figura dell’eroe guaritore proveniente dalla Tessaglia, una regione della Grecia. A questa se ne aggiunsero in seguito molte altre (come quella del mitico centauro Chirone), tutte accomunate da una natura sovrumana. In Grecia, si conservò per secoli un approccio mitico-religioso nei confronti della medicina: infatti, si credeva fermamente che le malattie venissero inviate contro gli uomini da parte di alcune divinità, quali Apollo, Artemide e Zeus. Il motivo? La colpa di cui si sarebbero macchiati: una mancata offerta rituale, un’offesa o una palese trasgressione alle leggi stabile dagli dèi causavano la punizione divina, che molto spesso non colpiva solamente il responsabile dell’atto, ma l’intera comunità. Famoso è l’esempio di Agamennone: all’inizio dell’Iliade si narra che una terribile e inarrestabile pestilenza (in greco loimòs), scoppiata nel campo acheo, avesse provocato una strage tra i guerrieri. Consultati gli oracoli, i Greci ottennero un responso che connetteva l’improvvisa epidemia con un peccato commesso dal re Agamennone, il quale aveva incluso nel suo bottino di guerra Criseide, la figlia del sacerdote di Apollo. Quando il padre della ragazza si recò dal capo acheo per chiederne la restituzione, Agamennone lo derise, scacciandolo in malo modo. Di conseguenza, l’ira di Apollo si scagliò su tutto l’esercito acheo nella forma di una terribile pestilenza, che causò la morte di centinaia di soldati greci e a cui solo la liberazione di Criseide porrà fine. È interessante notare lo statuto ontologico autonomo associato alla malattia dai Greci dell’età arcaica: essa era qualcosa che esisteva al di fuori del corpo umano e veniva, appunto, inviata dalle divinità come vendetta e punizione contro gli umani ingrati. Tra l’altro gli antropologi hanno chiarito come questa credenza fosse comune non solo in Grecia, ma anche nelle società sciamaniche uralo-altaiche, amerinde, africane e aborigene. 

Tuttavia, altre volte la malattia si presentava sottoforma di comuni ferite ricevute in guerra o durante la caccia. Nell’Iliade, ad esempio, la maggior parte di esse vengono descritte come risultato del colpo di lance e spade, che si cercano di rimuovere e curare con lenitivi assai blandi. In entrambi i poemi di cui viene considerato l’autore, Omero ha esposto in modo così accurato le ferite inferte agli eroi in battaglia da far sospettare alcuni studiosi che fosse egli stesso un medico militare. Quello che è certo è che nei suoi racconti i membri di questa categoria vengono considerati alla stregua di artigiani dotati di alta professionalità, che svolgono un compito di pubblica utilità.

Prima di avventurarci nel mondo della scienza medica, non bisogna dimenticare l’importante ruolo rivestito da Asclepio e dalla medicina incubatoria/templare in Grecia. Tale pratica escludeva apparentemente tutto ciò che era razionale e attribuiva la guarigione dalle malattie all’intervento miracoloso della divinità. L’origine del culto di Asclepio è incerta, così come la sua identità. Figlio Apollo, o comune mortale, in ogni caso egli apparve per la prima volta come eroe guaritore, caratterizzato dal serpente e destinatario di un proprio tempio a Tricca, città della Tessaglia (Strabone IX 5,17). Dal VI secolo a.C. questo culto iniziò a diffondersi in tutta la Grecia.

La medicina templare si svolgeva secondo queste specifiche modalità: i malati si affidavano ai sacerdoti di Asclepio, i quali li preparavano al rituale incubatorio attraverso l’isolamento, il digiuno, la preghiera, il contatto con oggetti sacri, gli incantesimi. Infine, prima di dormire nel luogo sacro, ai fedeli veniva offerta da bere dell’acqua (probabilmente impreziosita da qualcos’altro) per disporli al meglio all’incontro con la divinità. Durante il sonno, il malato veniva avvicinato dal dio Asclepio, il quale poteva curarlo direttamente col semplice tocco della mano, oppure, nel caso di prognosi più complessa, gli suggeriva una serie di azioni rituali da svolgere al risveglio per guarire.

La medicina templare godeva di un enorme successo e tale risultato fu senz’altro dovuto all’immediatezza del contatto tra il dio e il fedele. Asclepio rappresentava una risposta al mutamento dei tempi, dal momento che accoglieva indistintamente tutti, poveri e ricchi, restituendo speranza e operando un vero e proprio miracolo. Ciò che sorprende leggendo il De morbo sacro (I 12) di Ippocrate è scoprire che gli stessi medici consigliavano ai malati di supplicare gli dèi, di recarsi nei templi e di offrire loro sacrifici piuttosto che affidarsi alle cure dei ciarlatani e alla magia. Inoltre, Ippocrate e suoi discepoli sostenevano che gli dèi non potevano essere considerati la causa dell’invio delle malattie, come volevano invece far credere la medicina popolare e quella magica, perché era a dir poco impensabile che il corpo dell’uomo venisse contaminato da uno spirito puro quale è il dio, purificatore per eccellenza di tutte le colpe. Per questa e per altre ragioni, i medici non si posero mai in antitesi con la medicina templare, anzi al contrario vedevano Apollo medicus, Asclepio, Hygieia e Panacea come i propri numi tutelari. 

Per secoli quindi medicina magica, popolare e templare fecero una vigorosa concorrenza a quella scientifica. Grazie alla razionalizzazione delle credenze popolari e alla dissezione degli animali, passo importantissimo nello sviluppo delle conoscenze anatomiche, finalmente nel V secolo a.C. si giunse alla fondazione di una vera e propria scienza medica. Prima di Ippocrate, le conoscenze sulla letteratura medica greca erano estremamente scarse. L’unico medico pre-ippocratico di cui ci è giunta qualche notizia è Alcmeone di Crotone (VI a.C.), il quale credeva che la salute dell’organismo fosse il risultato dell’isonomia (= “equilibrio”) tra le qualità costitutive dell’uomo (umido, secco, caldo, freddo, amaro, dolce…), mentre la malattia era il predominio di una sola di esse. In quest’ottica, la guarigione era intesa come un processo di “ricostituzione” di un insieme che la malattia aveva frammentato e il compito del medico era proprio risanare quella disarmonia.

Con la pubblicazione del suo Corpus Hippocraticum, Ippocrate diventò a tutti gli effetti il fondatore della medicina scientifica, dal momento che per la prima volta nella storia egli sostenne la totale autonomia della scienza medica rispetto a tutte le altre discipline. Nato intorno al 460 a.C. sull’isola di Cos, egli apparteneva a una famiglia di Asclepiadi, associazione di medici laici che si richiamano al mitico dio della medicina. Il Corpus Hippocraticum non è altro che una raccolta di trattati, finalizzati all’esercizio della medicina da parte dei professionisti dell’epoca e scritti, molto probabilmente, non solo da Ippocrate, ma anche da alcuni suoi discendenti. Come Alcmeone, allo stesso modo Ippocrate sosteneva che la salute del corpo dipendesse dall’equilibrio degli umori dell’organismo (sangue, bile nera, bile gialla e flegma). Essi, dotati ciascuno di una propria qualità, entravano in relazione con gli organi e le malattie venivano causate proprio dalla perdita di questo equilibrio. Per tale motivo la terapia ippocratica si fondava sul regime per ristabilire l’equilibrio perduto. Rispetto a tutti gli altri però Ippocrate introdusse una novità nello svolgimento del lavoro dei medici: per combattere e vincere la patologia era necessaria la collaborazione tra il medico e il paziente malato, i quali dovevano dialogare senza filtri e ricostruire i fili cronologici del morbo attraverso l’anamnesi. 

Il famoso Giuramento di Ippocrate non era un documento formale e fisso, dal momento che subì notevoli variazioni (linguistiche e contenutistiche) nel corso dei secoli. È interessante notare che non tutti i medici lo seguivano alla lettera: anzi, spesso questi ultimi contravvenivano ai principi lì espressi, prestando aiuto per suicidi e aborti, effettuando operazioni chirurgiche alle volte anche molto rischiose per i pazienti e insegnando dietro compenso (come tra l’altro fece lo stesso Ippocrate). Infatti, il Giuramento non era rappresentativo del pensiero medico greco, bensì rifletteva le idee di un ristretto gruppo, tanto che non fu mai imposto come qualifica necessaria per esercitare la professione. A tal proposito, è importante chiarire che nell’antichità non esistevano esami di abilitazione da superare, né associazioni di medici o facoltà di medicina: per diventare medicus l’unica cosa necessaria era la professio, ovvero una dichiarazione che si era medici, atto impensabile ai nostri giorni. Inoltre, nell’antica Grecia non esistevano nemmeno gli ospedali come li immaginiamo noi oggi: essi, infatti, furono introdotti solamente in epoca bizantina. Dunque, dove venivano curati i malati nell’antichità? Dove si svolgevano le operazioni chirurgiche? In città si potevano trovare gli ambulatori medici privati (iatréia) e in qualche caso le strutture templari per la pratica della medicina incubatoria (che però non prevedeva interventi chirurgici), mentre nei campi di battaglia i soldati feriti venivano soccorsi soprattutto sul posto; solo in un secondo tempo nacquero gli ospedali militari (valetudinaria).

Concludiamo questo viaggio sulla medicina nell’antica Grecia parlando brevemente del modo in cui il medico greco esercitava la sua professione: la maggior parte di essi lavorava privatamente, spartendo il proprio tempo tra le visite a domicilio ai malati e le cure nel proprio ambulatorio. Grazie al trattato ippocratico e ad alcune testimonianze iconografiche siamo in grado di descrivere a grandi linee l’ambulatorio medico come un luogo a metà strada tra una clinica e una farmacia. Il medico cittadino doveva essere in grado di trattare tutte le malattie, oltre ad occuparsi della preparazione di medicinali e infusi. Gli interventi chirurgici venivano eseguiti sempre all’interno dell’ambulatorio e l’azione del medico in questo caso era connotata da due operazioni fondamentali: il ‘tagliare’ e il ‘bruciare’, in altre parole ‘cauterizzare’. Grazie ai numerosi vasi attici rinvenuti, sappiamo che tra gli strumenti più frequenti in un ambulatorio medico c’era la ventosa, che veniva utilizzata per far emergere in superficie gli umori morbifici e per eliminarli attraverso l’uso del bisturi, con cui si incideva la pelle. Inoltre, non mancavano le bende, la trousse medica con i vari strumenti da lavoro…

Forse l’aspetto più distante dalla nostra moderna concezione della medicina e del mestiere dei medici risiede nel fatto che l’etica medica antica non si poneva il problema di danneggiare il paziente fornendo responsi drastici. Infatti, nell’eventualità di una prognosi infausta di norma vigeva la regola di rivelarla subito senza preoccuparsi della reazione fisica o psicologica del malato, perché l’obiettivo rimaneva sempre quello di preservare il medico e scagionarlo dall’accusa di incompetenza o, in casi estremi, di decesso provocato intenzionalmente.

Giulia Nanni

 

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Una risposta.

  1. Nanni ha detto:

    meno male che sono nato qualche millennio dopo

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