Verità per Alessandro Magno

Verità per Alessandro Magno

Verità per Alessandro Magno

Come è morto il più grande condottiero macedone di tutti i tempi?

Sono passati oltre due millenni eppure alla domanda “Come è morto Alessandro Magno?” non si è ancora riusciti ad ottenere una risposta univoca. C’è da sorprendersi? Non credo proprio. Già di per sé le morti di uomini famosi e potenti faticano ad ottenere una spiegazione semplice e unilaterale, per di più in questo caso fin dall’antichità le storie circolanti sulla scomparsa di Alessandro pullulavano. Le tradizioni esistenti sono in effetti numerose e tale situazione ha fatto sì che nel corso dei secoli le circostanze della sua scomparsa siano rimaste avvolte in una coltre di mistero, sempre più spessa e impenetrabile col passare del tempo. Probabilmente, questo è uno dei motivi che ha reso Alessandro Magno un personaggio, pur storicamente esistito, a metà strada tra la realtà e il mito, connotato da caratteristiche sovrumane.

Ciononostante, Alessandro era un uomo, con i suoi pregi, certo, ma anche con i suoi difetti e le sue debolezze. Dopo una vita breve, costellata di successi e di gloria, il 28 del mese di Daisio (data generalmente fatta oscillare tra il 10 e il 13 giugno(1)) del 323 a.C. Alessandro Magno perse la vita a Babilonia all’età di 33 anni, circondato dalla moglie Rossane, dai suoi philoi (“amici”) e dall’esercito. L’insolita malattia, che colpì improvvisamente il sovrano conducendolo lentamente alla morte dopo dodici giorni di agonia, autorizzò sospetti di avvelenamento fin dall’antichità. Con questo articolo non si ha naturalmente la presunzione di trovare la soluzione a secoli di dibattiti e di ricerche, ma si vuol tentare di comprendere chiaramente quali informazioni siano state registrate dalle fonti antiche su un evento, che segnò inesorabilmente il destino della storia successiva.

(1) Secondo la tavoletta babilonese, pubblicata da Sachs (1955, 53 nr. 209), la data della morte deve essere registrata nel 29 di Aiaru del 323, ossia la sera del 10 giugno del 323 a.C.

Le fonti antiche

Tra gli storici antichi, che hanno riservato una notevole attenzione agli ultimi giorni di vita di Alessandro Magno, è opportuno ricordare Plutarco (Vita di Alessandro) e Arriano (Anabasi), tra le cui fonti si annoverano le Efemeridi Reali (i Diari di corte del re). Pur in misura minore, hanno contribuito alla ricostruzione della vicenda anche altri autori, come Diodoro Siculo (Biblioteca storica), Curzio Rufo (Storie di Alessandro Magno), infine Giustino (Epitome a Pompeo Trogo) e lo Pseudo-Callistene (Romanzo di Alessandro). Per le analogie che contraddistinguono le loro relazioni, Plutarco e Arriano vengono di norma inseriti in un’unica tradizione, quella che imputa la morte del re a cause naturali. Invece, Giustino e lo Pseudo-Callistene costituiscono il filone diametralmente opposto, fermamente convinto che Alessandro sia rimasto vittima di una congiura di palazzo, assassinato per avvelenamento.

Le ipotesi dei moderni

Nel corso degli anni tra gli studiosi moderni sono circolate tre ipotesi sulla scomparsa del sovrano macedone, di natura estremamente eterogenea tra di loro. 

La prima è che Alessandro Magno sia morto a causa dei suoi eccessi e delle sue gozzoviglie. L’amore del sovrano macedone per il vino e la sua abitudine a consumarne ingenti quantità durante i banchetti era un fatto noto a tutti gli storici, antichi e moderni. Inoltre, elemento da non sottovalutare, questo abuso potrebbe essere peggiorato in seguito alla perdita di Efestione (miglior amico nonché amante di Alessandro), che era deceduto pochi mesi prima, sconvolgendo completamente il sovrano. Alessandro Magno è passato alla storia per non essersi mai risparmiato durante i suoi trentatré anni di vita, condividendo con i compagni d’arme il vitto, l’alloggio, le ferite in battaglia e le malattie, tutte esperienze che senza alcun dubbio lo avevano indebolito fisicamente, rendendolo più vulnerabile agli eccessi.

La seconda ipotesi è che Alessandro sia deceduto a causa di una misteriosa malattia, che lo portò alla morte dopo dodici giorni di agonia, al termine dei quali il re non era più in grado né di parlare, né di muoversi. Tuttavia, riguardo alla natura della patologia, le proposte sono varie e discordi: alcuni hanno ipotizzato che la morte sia stata causata dal tifo (Oldach‒Richard‒ Borza‒Benitez 1998), altri da un’infezione virale del Nilo occidentale, che viene trasmessa dalle zanzare e colpisce alcune specie di uccelli (Marr‒Calisher 2003). Ancora, alcuni hanno parlato di spondilite pirogena o di meningite (Ashrafian 2004), altri di malaria, che Alessandro aveva già contratto nel 336 a.C. (Stoneman 2008). Infine, c’è chi ha ritenuto più verosimile il tifo addominale (Damiani 2012) e chi ha congetturato che Alessandro sia morto a causa di pancreatite acuta, asserendo come prova la testimonianza di Diodoro Siculo, il quale narra che Alessandro bevve dalla ‘Coppa di Eracle’ e all’improvviso, come se avesse ricevuto un violento colpo alla schiena, si lamentò con alte grida (Sbarounis 2007; Manfredi 2010). Già da questa rapida carrellata si evince la moltitudine di conclusioni, cui sono giunti i moderni nel difficile tentativo di dare un nome al morbo che avrebbe causato la morte del sovrano.

Infine, la terza ipotesi è che Alessandro sia stato avvelenato. Gli studiosi si sono sbizzarriti in varie teorie complottistiche, mettendo sotto accusa l’aconito, la cicuta, il crocus, l’assenzio o il giusquiamo, pur riconoscendo che tutte queste piante velenose note agli antichi non avrebbero provocato una morte tanto lenta (dodici giorni!). Un recente studio ha avanzato l’ipotesi che Alessandro sia morto a causa di sorsi d’acqua proveniente dal fiume Stige (Mayor‒Hayes 2011). Dopo un’attenta analisi di quelle fonti che parlano di febbre, dolore addominale e perdita della voce, le studiose hanno concluso che questi sintomi potrebbero essere stati scatenati da una pericolosa tossina prodotta da un batterio molto diffuso sulle rocce calcaree greche. Diversamente, nel 2013 un gruppo di tossicologi dell’Università neozelandese di Otago ha pubblicato i risultati di una ricerca, secondo cui il re macedone, dopo essersi scolato grosse quantità di alcol nel corso di uno dei suoi numerosi banchetti a Babilonia, avrebbe ingerito del vino, che conteneva una sostanza tossica, ricavata da una pianta, chiamata elleboro bianco, impiegata dagli antichi in piccole quantità con la credenza che scacciasse i demoni dal corpo, inducendo starnuti e vomito (Slaughter‒Vale‒Wheatley 2013). Questi studiosi hanno altresì sostenuto che altri veleni avrebbero avuto un effetto più rapido.

Come si può evincere da questa rapida rassegna, ognuno ha espresso la sua opinione sulla morte di Alessandro Magno, adottando le fonti che di volta in volta si rivelavano più utili a confermare la propria ipotesi. In questa ricerca, interessata ad avvicinarsi il più possibile alla verità senza abbandonarsi a sentimentalismi, si tenterà da un lato di confermare la validità storica di certe fonti, dall’altro di screditare il resoconto di altre, riducendole al rango di dicerie, in modo da ottenere un quadro il più chiaro e verosimile possibile.

La vicenda

Plutarco e Arriano narrano di un progressivo peggioramento delle condizioni di salute del sovrano fino al sopraggiungere della morte, avvenuta il dodicesimo giorno dall’inizio dei sintomi. La causa scatenante, secondo i due storici, sarebbe stato un banchetto svoltosi presso Medio di Larissa, durante il quale Alessandro si ubriacò completamente. Inoltre, sempre secondo i due autori, il sovrano pur affetto dai primi sintomi della malattia avrebbe avuto la forza di tornare a cenare da Medio anche nei giorni successivi, ubriacandosi nuovamente. Tra le fonti, impiegate da Plutarco e Arriano, emerge Aristobulo, uno degli storici di Alessandro Magno, che lo seguì durante l’intera spedizione in Asia, divenendo un prezioso testimone oculare delle imprese compiute dal sovrano. Aristobulo scrive chiaramente che Alessandro non si ammalò a causa dell’eccessiva quantità di vino puro, ma perché ne bevve pur avendo la febbre. In realtà, l’intento apologetico di Aristobulo è lapalissiano: egli non voleva offrire un’immagine negativa del suo re, dipingendolo come un alcolista o come un uomo dedito alle gozzoviglie, e, quindi, ha deliberatamente rovesciato la sequenza causale degli avvenimenti, fissando la febbre prima del banchetto presso Medio. Tale tentativo trova forse una giustificazione nelle dicerie alimentate all’epoca da Efippo di Olinto e da Nicobulo, secondo i quali al banchetto Alessandro iniziò a bere alla salute della compagnia nella tazza dalle dodici pinte (la ‘Coppa di Eracle’), ma lo sforzo si rivelò troppo per lui e, perciò, si ammalò e morì a causa dell’ira del dio Dioniso, adirato per la distruzione della sua patria Tebe, perpetrato dai Macedoni anni prima. Questo ovviamente era solo un pettegolezzo, ma doveva aver guadagnato un largo credito, se Aristobulo reagì contro di esso al punto da rovesciare la sequenza dei fatti di quella sera, scrivendo che Alessandro era già malato prima di recarsi al banchetto e che cercò sollievo dalla sete, provocata dalla febbre, bevendo.

Diodoro Siculo racconta la morte di Alessandro in sole quattordici righe, quasi del tutto prive di indicazioni semeiologiche ad eccezione del dolore e senza fornire alcuna notizia circa la durata della malattia. Inoltre, come Curzio Rufo, Diodoro non respinge l’ipotesi di avvelenamento, pur mostrando di non prestarvi molta fiducia. Al contrario, Giustino e lo Pseudo-Callistene non solo la accettano, ma raccontano nel dettaglio il complotto ordito ai danni del re dai suoi philoi. Giustino scrive che Alessandro fu colto da una fitta dolorosa già la prima notte, subito dopo aver vuotato un’intera anfora di vino, detta ‘Coppa di Eracle’, e che, in seguito, si accorse subito che le sue condizioni erano irrimediabilmente compromesse.

Diodoro e Giustino avanzano, inoltre, l’ipotesi che il mandante dell’omicidio fosse Antipatro, stratego d’Europa e padre di Cassandro e Iolao. Come è noto, Antipatro temeva di venir rimpiazzato da Cratero, che nel 324 a.C. era stato incaricato dal re di ricondurre in patria un consistente corpo di veterani, ormai inabili al servizio. Questa decisione suscitò non poche polemiche all’interno dell’esercito. Alessandro aveva effettivamente ordinato a Cratero di prendere il posto di Antipatro e a quest’ultimo di raggiungerlo a Babilonia con un corpo di nuove reclute. Per di più, il rapporto tra Antipatro e la madre di Alessandro, Olimpiade, era a dir poco pessimo. Corriere del veleno sarebbe stato uno dei figli di Antipatro, Iolla, il quale lo avrebbe nascosto in uno zoccolo di mulo: il veleno in questione era ad azione lenta, quindi avrebbe dovuto uccidere il sovrano gradualmente. Questa è la storia che viene narrata dal filone storiografico, cui appartengono Giustino e lo Pseudo-Callistene. Inoltre, nel Romanzo di Alessandro vengono chiaramente accusati di favoreggiamento e coinvolgimento nella congiura numerosi membri dell’entourage del sovrano macedone. Dei venti hetairoi (“compagni”), presenti alla cena di Medio (tra cui Meleagro, Pitone, Leonnato, Peucesta, Nearco, Eraclide, Stasanore, Perdicca, Tolemeo, Olcia, Lisimaco, Eumene e Asandro) soltanto gli ultimi sei non sarebbero stati al corrente del complotto. Secondo il libello, Iolla stesso, in quanto coppiere del re, avrebbe porto il veleno ad Alessandro durante il banchetto. Dopo che il sovrano ebbe sentito le prime fitte di dolore, credendo che si trattasse di un’indigestione, cercò di rimettere il cibo e il suo coppiere gli porse una piuma a tale scopo, ma anch’essa era intrisa di veleno, in modo da accelerarne gli effetti e renderli irreversibili. Come si può evincere, questo racconto ha un plot degno di una tragedia shakespeariana e soprattutto risente non poco della propaganda dell’epoca successiva alla morte di Alessandro, quando gli avversari politici di Cassandro lo additarono come colpevole dell’omicidio al fine di alienargli le simpatie politiche della Macedonia.

Di certo il figlio di Antipatro fu il solo diadoco a non aver onorato la memoria del re, ribaltando in molti casi il suo disegno politico, e fu senza dubbio il responsabile dell’estinzione della dinastia degli Argeadi, uccidendo il figlio di Alessandro e Rossane, Alessandro IV di Macedonia, nel 310 a.C. Da qui ad arrivare ad accusare Antipatro, e quindi Cassandro, della morte di Alessandro Magno il passo però è lungo.

Lo Pseudo-Callistene scrive, inoltre, che Medio era amante di Iolao, il quale pochi giorni prima era stato trattato in malo modo dal sovrano a causa di certe intemperanze. Quindi, Medio, offeso in prima persona per il trattamento subito dal suo amato, si sarebbe messo d’accordo Iolla per avvelenare il sovrano macedone. La complicità di Cassandro (fratello di Iolla) viene fortemente esasperata, ma è ormai opinione diffusa che la versione dell’avvelenamento sia sorta solamente in un secondo tempo e diffusa da Olimpiade e da Antigono, per denigrare Antipatro e, soprattutto, suo figlio Cassandro, contro cui combatterono a lungo proprio Antigono e il suo erede, Demetrio Poliorcete. Tra l’altro i dissapori tra Olimpiade e lo stratego d’Europa erano noti a tutti, anche e soprattutto ad Alessandro. Curzio Rufo ed Eliano raccontano che il re, a causa dei successi militari raggiunti da Antipatro, avesse iniziato a nutrire una forte gelosia nei suoi confronti. In realtà, i sospetti furono insinuati in Alessandro da sua madre Olimpiade, che, com’è noto, era insofferente alla presenza dello stratego macedone e al potere che egli esercitava in Grecia. Le fonti raccontano che la regina-madre e il reggente di Macedonia scrivessero regolarmente al re per lamentarsi l’uno dell’altro. Famosa è la frase pronunciata da Alessandro e riportata da Plutarco a tale riguardo: «Antipatro non sa che una sola lacrima di madre cancella diecimila lettere» (Vita di Alessandro 39). Quindi, il gesto di Olimpiade, la quale avrebbe cercato di esautorare Antipatro, mentre Alessandro era ancora in vita, potrebbe essere considerato più come un tentativo in extremis di lotta propagandistica contro lo stratego d’Europa e la sua famiglia, piuttosto che come una conferma ufficiale dell’avvelenamento del figlio.

In ogni caso, mettendo per un attimo da parte la cospirazione, il veleno come causa del decesso era di per sé inverosimile. All’epoca di Alessandro Magno i veleni, noti agli erboristi, erano veloci e irrimediabili ‒ fossero cicuta, elleboro o belladonna ‒ e, eccetto a costituire la spiegazione di malattie misteriose, un veleno lento non aveva applicazione nell’antica Grecia. Queste considerazioni, unite al passaggio di alcuni giorni dopo la morte del sovrano ‒ durante i quali i diadochi in disaccordo tra di loro lasciarono il suo corpo senza vita in luoghi caldi e umidi e questo non presentò i segni di tale avvelenamento, ma rimase incorrotto e fresco ‒, portano ad escludere l’ipotesi di assassinio e spingono a credere sempre più concretamente che le accuse contro Antipatro e la sua famiglia fossero dovute a conflitti di interessi e lotte di potere. È ovvio che una morte per avvelenamento è molto più suggestiva di una causata da una malattia, soprattutto se la vittima in questione è Alessandro Magno, un guerriero dai tratti semi-divini, che in più di un’occasione si era fatto beffe del destino. Tuttavia, in fondo Alessandro era solo un uomo e in quanto tale non era immune dalle malattie, nonostante i suoi successi e i suoi trionfi rendano quasi impossibile accettarlo.

Perciò, sulla base delle testimonianze riportate sembra verosimile escludere sia che Alessandro sia morto a causa dei suoi eccessi, sia che sia rimasto vittima di una congiura di palazzo. Il sovrano macedone è deceduto per l’insorgere di una misteriosa malattia. Sulla base del decorso di quest’ultima, dettagliatamente descritto nei Diari di corte, pare plausibile ridurre le innumerevoli ipotesi avanzate dagli studiosi a due sole: la febbre tifoide e l’infezione virale del Nilo occidentale.

La prima è stata ampiamente provata da Ernesto Damiani (2012), il quale ha sottolineato come lo sviluppo della febbre di Alessandro corrisponda in pieno a quello della ‘curva di Wunderlich’: essa ascende lentamente e in modo progressivamente ingravescente nei primi sette giorni di malattia, per poi diventare continua in quarta giornata, elevata e continua al 22 di Daisio, infine molto alta di notte dal 25, e molto alta di giorno e di notte a partire dal 26. «Questa marcia della febbre, lenta e per oscillazioni ascendenti, mentre corrisponde fin troppo alla ‘curva di Wunderlich’, differisce in maniera nettissima dalle febbri che ascendono in maniera rapida e senza remissioni, come accade ad esempio nella malaria. In aggiunta, è da notare che, nella descrizione della malattia di Alessandro, non compaiono mai i sintomi “brivido” e “sudorazione”, che infatti non sono caratteristici della febbre remittente, ma che sono viceversa tipici delle febbri malariche acute». Dal 25 di Daisio Alessandro entrò in coma: egli non aveva più voce, pur essendo ancora cosciente e riuscendo a riconoscere e salutare i suoi soldati, che sfilarono uno a uno davanti al suo letto. Nella parola ‘afonia’ è contenuto l’indizio chiave dello stupor. Infatti, sebbene il termine greco sia in genere tradotto letteralmente come “privo di voce”, in realtà è un termine tecnico sintomatologicamente espressivo, facente parte del lessico della patologia ippocratica. Celio Aureliano spiega che il termine ἀφωνία era usato da Ippocrate per indicare una specifica malattia febbrile, caratterizzata da ottundimento del sensorio e sonnolenza, da inattività e rallentamento motorio, e da una peculiare lentezza nel rispondere alle domande. Per Ippocrate, dunque, ἀφωνία non significa banalmente ‘perdita di voce’, ma definisce una malattia sui iuris. La somiglianza tra questa condizione e lo stato tifoide è stringente.

Al contrario, la seconda eventuale ipotesi di malattia, l’infezione virale del Nilo occidentale, ha trovato conferma nelle parole dello storico Plutarco, il quale nella Vita di Alessandro (73,2) narra l’arrivo del sovrano alle porte di Babilonia. Qui, egli fu circondato da uno stormo di corvi, che, dopo avergli svolazzato attorno per qualche tempo, caddero morenti ai suoi piedi. Questa dettagliata descrizione sembra rientrare perfettamente nel modus operandi dell’infezione virale del Nilo occidentale. Infatti, una ricerca del 2003, i ricercatori Marr e Calisher hanno individuato che tale morbo, trasmesso dalle zanzare, colpisce i volatili, i quali a loro volta sono in grado di contagiare gli esseri umani. Pertanto, quei corvi che circondarono Alessandro al suo arrivo a Babilonia, probabilmente affetti dalla malattia, l’avrebbero trasmessa al re, conducendolo ad una lenta, ma inesorabile fine.

Dunque, in conclusione tutte le versioni relative al complotto sembrano frutto della variegata propaganda, su cui insistettero i principali protagonisti del periodo immediatamente successivo alla morte del sovrano macedone, che vide i diadochi e, in seguito, gli epigoni intraprendere infinite lotte per il potere inaugurando un’età di forte instabilità politica. Coloro che hanno dimestichezza con la scomparsa di uomini illustri e potenti non si sorprenderanno che quella di Alessandro rappresenti un mistero complesso da risolvere in modo da non lasciare alcun dubbio (o delusione!). Dopo tutto, era morto Alessandro Magno, un uomo di cui generalmente era riconosciuta la natura sovrumana. La sua storia si è unita indissolubilmente al mito, rendendo difficile scindere l’una dall’altro, soprattutto per quel che concerne la sua morte. Tuttavia, stando alle prove raccolte si deve concludere che la sua fine sia stata causata non da una elaborata congiura, né tantomeno dai suoi eccessi, quanto piuttosto da una malattia, anche se ciò potrà deludere i più strenui sostenitori di questo grande sovrano e condottiero, dal momento che non è l’epilogo che ci si attenderebbe da una storia che parla di un uomo per tutti entrato nella leggenda.

Giulia Nanni

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2 risposte

  1. Simone Ferrari ha detto:

    Stupendo articolo, molto esauriente

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